Anche il Governo dice No a Ponte sullo Stretto. Ma il nostro conterrone Aurieluccio voglio una poltrona, ha pronta l’alternativa: non più un ponte sullo Stretto ma un fantastico Ponte sotto lo Stretto. Ingegneri e compari di lavoro sono già alle prese col tecnigrafo.

Nascerà presto la: Sotto lo Stretto spa.

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Roma Capitale. Roma Comunitaria. Dalla Polis alla Communitas. Per una nuova città dell’accoglienza.

Pubblico qui sul mio blog ( a puntate) alcune riflessioni su un lavoro che sto cercando di portare avanti sull’idea di cittadinanza nella Capitale. Saranno graditissimi critiche e contributi…(anche pesanti!).

 

Prima Parte.

 

Introduzione.

Sovente è arduo cercare di tracciare le linee, i contorni, la complessità di Roma come città metropolitana, come Capitale  o anche solo come area omogenea dal punto di vista economico sociale. Roma di per sé è semanticamente complessa, dove la complessità spesso è inscindibile dalla “complicatezza”. Roma è la città eterna che diventa infinita; per dirla con Bonomi, che ne parlava a proposito di Milano e della Lombardia: La Città infinita: racconta del nostro andare in quel territorio ove siamo un po’ tutti “nomadi e prigionieri” alla ricerca di ciò che non è più, la comunità originaria, e di ciò che non è ancora, la città infinita.  La città infinita per molti anni romana è quella dimensione persa fra luoghi, o forse meglio ancora no-luoghi per dirla con Marc Augè, che si dimensionano intra e foras il grande raccordo anulare; il G.r.a.  in questo senso diventa simulacro di un limes che diventa limen[1], cioè allo stesso tempo confine ma anche soglia della città. La Capitale infinità, di converso, negli ultimi anni in particolar modo, sembra tras-bordare, superare, infrangere o addirittura inglobare il suo stesso limen la sua soglia.  In questi termini luoghi e non-luoghi non sono in un rapporto semplicemente dicotomico, “sono piuttosto delle polarità sfuggenti: il primo non è mai completamente cancellato e il secondo non si compie mai totalmente”[2], ed è così che il luogo antropologico diventa spazio eteropico, un luogo incerto, non stabile, in continua ri-formulazione, coevolutivo e a tratti autorganizzato.  La scommessa, se si vuole, è tracciare le linee di una città che da moderna diventi ipermoderna (piuttosto che post-moderna) : vivere nell’ipermodernità significa ri-formularsi, ri-modularsi, ri-proporsi al mondo con occhi nuovi assecondare ed adottare le rotte della contigenza. La metafora del marinaio che asseconda le onde, che allo stesso tempo doma e di cui è vittima, è forse quella più calzante per comprendere il processo di conoscenza che “dobbiamo” mettere in atto nel ri-pensare Roma.

 

Tutte le strade portano a Roma.

La Capitale di Italia, per tanto tempo Caput mundi liquidando la questione con una battuta potremmo dire soffra di una terribile sindrome: essere o meglio ri-tenersi l’ombelico del mondo.

Roma è capitale della politica nel senso più generale del termine come lo è allo stesso tempo della partitocrazia, la capitale dei ministeri, del pubblico impiego, delle rappresentanze sociali, sindacali ed economiche. L’universo rappresentativo e categoriale del Paese sembra, a forza, dover passare da Roma. La città omnicomprensiva, pan-econtrica.

La città più antica del mondo, forse l’idea stesa di città sospesa in un limbo fra essere metropoli e paese, fra storia, tradizione e innovazione, fra essere punto di arrivo e di partenza. Roma sembra immersa in un liquido amniotico che è fonte di produzione ma al contempo trappola escatologica.

Una città che ricorsivamente ha bisogno di re-inventarsi, ri-definirsi, ri-confinarsi.

Roma è da sempre stata percepita nell’immaginario collettivo come città accogliente, che non respinge, che integra; la città è inopinatamente cambiata persa in una metamorfosi meta-kafkiana o peggio ancora, se vogliamo, un ritratto alla Dorian Grey al contrario, la città  si addormenta, cambia, vive la sua metamorfosi ma allo specchio si continua a vedere eterna, maestosa e accogliente.

 

Roma che si ri-inventa.

Re-inventare una tradizione significa ri-costruire un passato “artefatto” al quale ancorarsi per non perdersi nell’in-distinzione del presente, trovare salde radici a cui fare riferimento nei momenti di trasformazione, quando tutto è rimesso in discussione.

L’idea da cui questo documento ha preso le mosse è che l’invenzione della tradizione o meglio ancora l’invenzione della cultura nella Capitale sia da intendersi come un meccanismo di re-azione/retro-azione rispetto alla perdita di identità comunitaria, invenzione come ri-trovamento, rinvenimento di qualcosa di esistente che diventa – per una sorta di processo di emersione – manifesto, esplicito (dal lat. invenio che significa specificatamente trovare), funzionando da catalizzatore di un processo di rinnovamento.

Ma anche invenzione come creazione, come “trovata”, intesa come espediente che fa fronte ad una mancanza, con tutti i connotati di artificiosità che da questa accezione del termine derivano.

In questo senso, il nostro è un “ragionare con i piedi”, alimentato da suggestioni/intuizioni più che da studi analitici ma che restituisce attraverso il racconto/resoconto quello che si riesce a vedere “percorrendo” il territorio in tutta la sua varietà antropica e antropologica. Suggestioni che, tuttavia, acquistano una dimensione “verticale”, ovvero di profondità e spessore in quanto sostanziate dall’esperienza diretta di chi scrive.

La nostra analisi parte dall’idea o meglio dalla sensazione che “l’invenzione della tradizione” a Roma assuma aspetti eterogenei e difformi, tanto che non è possibile individuare aree emblematiche e rappresentative di questo processo – pure in corso – ma che, piuttosto, si possano rin-tracciare almeno tre tendenze in atto. Questa disomogeneità, tuttavia, anziché sminuire l’importanza e l’originalità dell’oggetto di indagine lo rende più “accattivante” in quanto interprete e, quindi, portatore di tendenze multiformi.

La mancanza di uniformità, del resto, risulta perfettamente coerente con la realtà territoriale romana che alterna, tratti di incompiutezza – di un’indeterminatezza che può arrivare fino all’indistinzione – ad elementi di definitezza, in una spirale di ambiguità e dis-velamento di sé, costantemente rivitalizzata dall’interno perché considerata “fisiologica” ed orgogliosamente esibita  quale tratto distintivo, riconfermata in modo speculare dall’esterno. Di più, si crea un meccanismo perverso: il senso di radicamento gioca un ruolo fondamentale nell’innescare il processo di indifferenziazione così come accade nell’immagine di rimando, che ci arriva dall’esterno e ne è insieme causa ed effetto.

L’immagine di rimando è quella di un territorio che desta di frequente sospetto, inquietudine, angoscia, quasi un senso di soffocamento. Quella romana è una realtà vischiosa, che trascina ma avviluppa anche chi la vive, la osserva, la pensa e dentro la quale può affondare. È un luogo che suscita impressioni estreme: si può rimanerne ammaliati, essere conquistati dai suoi contrasti, affascinati da quel senso di vago e di incompiuto che il territorio presenta quasi ovunque o essere storditi dalle mancanze, dalle incongruenze, dalle sue “sporgenze” persino, che si sottraggono ad ogni tentativo di “incasellamento”.

In particolare, l’immagine della Capitale è stata solo di rado forma di conoscenza e, molto più frequentemente strumento per “imbrigliare” la realtà o incanalarla in precise direzioni, legittimando ruoli e modelli di intervento. A questo si aggiunga l’aggravante dell’ambiguità terminologica, per le valenze non omogenee ed antitetiche che la regione ha assunto nel linguaggio e nelle articolazioni del pensiero, con le conseguenti designazioni valutative. I termini usati sono, infatti, passati ad esprimere da un senso di stato, cioè da una situazione di fatto, concepita secondo criteri selettivi un senso di azione, in altre parole uno stadio/stato da realizzare, implicante la proposta di un determinato canone di riferimento e infine, un senso di compimento del processo, inteso di frequente come “snaturamento” del modello canonizzato.

Nell’identità comunitaria romana, più in generale, i legami di appartenenza al contesto sembrano forti ma non sono sempre esplicitati e dunque, sovente ambigui. La preferenza è per l’indifferenziamento perché più “confortevole”, meno dispendioso rispetto alla continua ridefinizione del sé, alla costruzione di nuovi fondamenti ed alla demolizione dei vecchi presupposti identitari. Un in- differenziamento che può sclerotizzarsi fino ad interrompere il regolare processo di costruzione/ri-costruzione identitaria.

(continua…) 


[1] Il termine “limite” è altrettanto rivelatore dell’idea di luogo, spazio: è parola che deriva dal latino līmes, itis che significa “limite, confine”. L’origine è osca (liímítú) e semanticamente corrisponde all’accadico limītu (limite, perimetro): la voce latina, in realtà, è stata risentita come composta dalla stessa base di limītu ma sempre nel significato di “spazio di confine, dintorni, ciò che cinge, circonda”.

 

[2] Marc Augè , Non luoghi, Elèuthera 1992