L' hippy-pocrita .

 

Ecco le idee premiate dall’accrocchio di esponenti di: Luiss, Governo (vecchio), Governo (nuovo) e mega dirigenti pubblici e privati.

L’ItalianCamp ha scelto queste 10 idee innovative.  Cioè dieci cagate e per nulla innovative.

Torno a ripeterlo altro che fuori dall’Europa…fuori dal mondo.

ps. come non citare il già qui citato e famoso presidente del “bar” : l’Hippy-pocrita Pier Luigi Celli .

Giudicate voi:

Le dieci fantasmagoriche idee per il rilancio del Paese….

 

W la Svizzera!

 

 

(e) – Mozione Congressuale PD Calabria Gruppo 25 Aprile.

Pubblico qui la bozza della Mozione che il Gruppo Pd Calabria 25 Aprile ha approntato per il Congesso …speriamo prossimo venturo:

Fernanda Gigliotti

Cambiare il Pd per cambiare la Calabria e Conquistare il Futuro

In Calabria sono molte le generazioni di cittadini che devono imparare a conquistare e difendere il proprio diritto ad esistere e ad essere riconosciuti e rispettati nel loro essere lavoratori,  studenti, malati, disoccupati, professionisti, intellettuali, imprenditori, artisti, anziani, giovani, donne. E’ da qui che parte la sfida del PD: una nuova stagione della politica, per una nuova generazione di cittadini, per una Calabria normale.

In questa missione il Partito Democratico deve camminare su un doppio binario: lavorare per unire l’Italia partendo dal suo progetto per il Mezzogiorno, partendo dalla Calabria e reinventare se stesso attraverso il radicamento nel territorio con i suoi circoli e le sue federazioni e attraverso il ricambio “rappresentativo” e non solo generazionale della sua classe dirigente.

E’   vitale  ritrovare credibilità e ridare sostanza ad una proposta politica che spesso ci ha visto rincorrere la società civile, e spesso subire le scelte degli altri. Un Partito Democratico che non  sappia declinare un chiaro progetto politico è destinato ad implodere o a generare mostri come, ad esempio, è avvenuto anche in Calabria  e in molte altre  parti del Sud,  dove il PD avrebbe dovuto rappresentare quella forza capace di unificare energie, soggetti ed intelligenze, e dove invece ha dato il peggio di se alimentando divisioni, lacerazioni, differenze e diffidenze.  E’ evidente che non hanno giovato le vecchie pratiche di una vecchia politica che hanno  impedito qualsiasi rinnovamento di idee e di personale politico, e hanno  fatto emergere un grave deficit di credibilità complessiva di chi ambisce a ruoli pubblici e/o si avvicina ai partiti per dirigerli o anche solo per provare, attraverso la partecipazione in essi, a migliorare la società. Ed è  proprio in questa regione  che la politica deve urgentemente ritrovare il giusto passo e la funzione essenziale che ad essa è connaturata perché chi osserva la Calabria e  la sua  storia politica e sociale non può che scorgervi – in una visione chiaramente d’insieme – un grande vuoto di direzione dei processi sociali, di orientamento civile, di dibattito pubblico, di decisione democratica, insomma un grande vuoto di Politica.

E la Calabria arretra, per molti aspetti affonda, si lascia trascinare nella marginalità e l’inversione di rotta appare a tutti impossibile, quasi un assalto al cielo. È triste rammentare le cifre e le recenti analisi dell’istituto di ricerca Svimez, che ad una lettura obiettiva ci parlano del fallimento di un’intera classe dirigente del Mezzogiorno e per quel che ci riguarda della nostra regione. Chi può negare che proprio la Calabria è la quintessenza di una politica invadente e capace di tutto, ma allo stesso modo incapace – da troppo tempo – di fare quello che per natura le appartiene? Ecco perché la crisi della politica in Calabria si fa crisi morale, democratica, di prospettiva che distrugge speranze, umilia le attese delle giovani generazioni e annulla il senso di un destino comune.

È necessario perciò ritrovare gli strumenti per ripartire, per affrontare e risolvere le sfide/opportunità del futuro della nostra regione, è necessario ritrovare la Politica. Tra la Scilla di un riformismo calabrese solo di facciata e opportunistico, e la Cariddi di un massimalismo culturale, snobistico ed inconcludente,  pensiamo possa esistere uno spazio diverso per la cultura riformista che si mette in gioco per modificare realmente le cose e rendere anche la nostra realtà più giusta, più libera e più equa. Questo è il senso della nostra proposta politica,  delle nostre emozioni e del nostro agire.

A questo impegno convinto, libero e coerente per una nuova stagione seriamente democratica e riformista intendiamo restare fedeli: per la difesa della politica e per la rifondazione dei suoi strumenti, in primis del nostro Partito Democratico.

 

 

 

Una Nuova Calabria

a misura di giovani e di donne

che vogliono creare ricchezza con le proprie competenze

e produrre nuova economia e nuovi posti di lavoro nel loro territorio

La Calabria vive una situazione paradossale. Si tratta ancora e in prevalenza di una società agricola, legata alla terra in modo inestricabile, ma nello stesso tempo è protesa spasmodicamente verso la fabbrica. Spasmi sostenuti da improvvisati imprenditori e politici conniventi. Spasmi incentivatati da una legislazione che è miope negli obiettivi da raggiungere e nello stesso tempo assai lasca nelle valutazioni degli obiettivi raggiunti. Così si innalzano capannoni che verranno abbandonati appena incassati i finanziamenti e si cementifica un territorio già negli anni saccheggiato. Ogni processo di industrializzazione centrato sul modello fordista è fuori tempo massimo.

Ogni tipo di indagine socio-economica fotografa la Calabria come regione incapace di sviluppo, con una stretta relazione tra le condizioni mai risolte di un territorio fisico fragile e mai infrastrutturato, e le promesse disattese di un governo della politica locale, incapace di investire sulle proprie risorse creando un sano contesto produttivo diffuso sottraendo alla ‘ndrangheta spazi di investimento e crescita in differenti settori dell’economia e del Pil.

Basta riferirsi alle questioni dei suoli e mari inquinati, dei depuratori mai funzionanti e non compatibili né con il territorio di riferimento né con la domanda di utenza; di progetti di Centrali a Carbone (Rossano e Saline Joniche) in aree sensibili, di assenza di politiche sui rifiuti (ecomafie), di deregulation e di affaire in termini di utilizzo di energie rinnovabili (solare ed eolico).

Occorre pertanto rovesciare queste logiche e ripartire dalle risorse primarie che abbiamo a disposizione e che possono rappresentare fattori di vantaggio strategico nel mondo contemporaneo: cervelli e territori.

Un nuovo scenario di sviluppo sostenibile a livello ambientale, economico e sociale che investa sulla “difesa del territorio” e  “capitale umano” calabrese.

Ecologia, economia, equità, insieme alla pratica della Legalità come comportamento normale in tutti i processi sociali e di governo del territorio, divengono  i 4 importanti moltiplicatori, capaci di sviluppo per la nostra terra. Puntando decisamente su questi fattori la Calabria può ripartire e recuperare i gap che tradizionalmente la dividono dal resto del Paese e dall’Europa intera.

Ma puntare su questi fattori significa disegnare un progetto diverso di società calabrese, perché anche la Calabria è migliore di quanto vorrebbe la retorica del cinismo e del disincanto. Disegnare la Calabria come una information society (una società dell’informazione), una green society (una società “verde”), una care society (una società della cura).

 

A) Proposte per una  CALABRIA come società dell’Informazione

(Information society)

Pensare l’information society significa prospettare modi nuovi di valorizzazione delle risorse, di condivisione di pensieri ed emozioni, di strutturazione del potere.  La valorizzazione economica delle capacità linguistiche di ciascuno rappresenta il perno del sistema economico globale. La rivoluzione nelle tecnologie di comunicazione ha segnato una mutazione sociale complessiva a livello internazionale.

Un cambiamento nell’economia, nella cultura, nella formazione delle identità, nel modo di fare politica. Molte delle più importanti innovazioni del mondo contemporaneo sono nate per caso in qualche garage, da giovani che non rientravano affatto tra i tradizionali ceti produttivi.

1) Distretti dell’innovazione

Occorre partire dalle nostre intelligenze e sviluppare nostre risorse, mettere a frutto i nostri territori senza sfruttarli, senza depredarli, senza negarli alle generazioni future: dai singoli imprenditori, alle piccole e medie imprese, alla piccola industria, dai loro consorzi e associazioni di categoria per creare distretti di innovazione tecnologica anche attraverso la cooperazione e l’integrazione, con il pubblico che ne supporti strategicamente la loro azione. Bisogna saper trasformare gli svantaggi competitivi secolari, in vantaggi strumentali: la Calabria può essere, suo malgrado, la “tabula rasa” dove innescare l’innovazione.

2) Reti di comunicazione diffuse e infrastrutture

Unire la Calabria al resto d’Italia e del Mondo è un obiettivo, ma tentare di unire il cittadino di Rossano Calabro a quello di Reggio Calabria è un obbligo. Oltre alla SA/RC, ai Porti e agli Aeroporti dobbiamo ripristinare un minimo di collegamento fra  gli oltre 400 comuni calabresi con il ripristino di  una Metropolitana di superficie veloce, che di fatto già esiste, e che è data dalle linee ferroviarie statali esistenti con quelle delle Ferrovie Calabro Lucane, delle Linee Taurensi, delle concessioni regionali.

La ultimazione della  SA/RC, la elettrificazione della  rete ferroviaria Jonica e la variante alla SS 106 sono ormai in ritardo clamoroso. Quindi sono prioritarie. Così com’è prioritario la messa in produzione di tutti i porti e porticcioli turistici e di piccola pesca, con accordi integrati tra comuni, provincia e regione.

Sul  Porto di Gioia Tauro:

Il porto di Gioia Tauro, come ormai tutti sanno, era il maggiore terminale transhipment del Mediterraneo, ma il suo impatto sull’economia territoriale è del tutto irrilevante. Non solo irrilevante ma per giunta scelte sbagliate ed incompetenti nonché clientelari hanno fatto perdere al porto della piana anche i primati nel transhipment gettandolo in una crisi profonda. La sua funzione, infatti, si esaurisce nell’essere nodo strategico della rotte marittime globali, adibito ad operazioni di carico e scarico; ma non ha legami con il retroterra, poiché non è porto di destinazione finale e non organizza una filiera locale dello shipping legato alle attività retroportuali, logistiche e di servizio ai traffici marittimi. La situazione attuale potrebbe essere superata da un rilancio industriale della area retrostante il porto e , dove si sarebbero già dovuti sviluppare insediamenti produttivi legati all’import-export. In realtà, si è assistito, nella maggioranza dei casi, alla nascita di piccole e medie imprese impegnate in attività tradizionali, con scarsa capacità innovativa e di esportazione. Mentre. Lo sviluppo del porto appare indissolubilmente legato alla creazione di una piattaforma logistica integrata, un Distripark moderno e attrezzato per il trasporto intermodale.

 

3) Reingegnerizzazione della PA

E’ preliminare e funzionale  a questo obiettivo liberare la PA dai “politici sclerotizzati” che hanno occupato la struttura pubblica e finalizzato nel tempo (e in modo clientelare) la prestazione  dei servizi ai cittadini. Occorre riformare profondamente la Pubblica Amministrazione calabrese attraverso il suo adeguamento, nel numero e nei costi,  dei funzionari, dei direttori generali, dei consiglieri regionali, assessori, presidenti, vice presidenti, componenti di commissioni,  allo standard più virtuoso in Italia che è applicato in Lombardia e nell’Emilia Romagna, importando quindi un modello  di costo standard della PA e di costo standard della politica, oltre che della sanità:

– in via preliminare occorre Riforma lo statuto della Regione e inserire al primo articolo queste semplici parole: ” La Calabria ripudia la ‘Ndrangheta”;

– ridurre a 30 i consiglieri regionali da eleggersi in collegi uninominali, fermi restando i criteri di proporzionalità e del premio di maggioranza;

– eliminare il voto disgiunto dalla legge elettorale regionale e limitare il numero delle liste civiche,  e promuovere in tale direzione anche la modifica del TU degli Enti Locali,  per il voto disgiunto e per liste civiche a sostegno dei sindaci e dei presidenti di provincia;

– eliminare la sovrapposizione di enti e riorganizzare le funzioni e le competenze in modo chiaro: o aboliamo le province o aboliamo le comunità montane, consorzi di bonifiche, aziende forestali ecc..

– Modificare la legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose, posto che  non è possibile continuare a sciogliere consigli comunali e poi consentire che le stesse persone che sono state causa dello scioglimento possono ricandidarsi e possono occupare incarichi in altre società pubbliche o partecipate.

4) Investimenti in cultura e formazione

Occorre formare un  capitale umano di qualità.

Teatri, Conservatori, Biblioteche, Parchi Archeologici e Parchi Naturalistici come centri di formazione e produzione e non solo come luoghi di consumo.

Università che devono essere attraenti verso studenti extracomunitari e comunitari, perché riconosciuti e riconoscibili  come centri di eccellenza e non come diplomifici triennali.

Obbligo di spendere una quota del bilancio regionale in ricerca e mobilità studentesca nel bacino del  Mediterraneo perché non si tratta solo di consentire ai nostri  studenti  di formarsi in altre Università e in altri Paesi, ma di essere noi stessi a diventare luogo di formazione di eccellenza per gli studenti provenienti fa fuori regione. E’ questo il vero investimento strategico che le regioni del Mezzogiorno devono compiere a sostegno del proprio rilancio. Tutti i dati e le ricerche disponibili testimoniano la grande disponibilità di giovani ad elevata scolarità, in virtù della combinazione tra tassi d’iscrizione alle Università ed incidenza di laureati superiore alla media nazionale, e le ridotte opportunità d’impiego adeguato al titolo di studio ed al percorso formativo. La presenza d’investimenti in entrata proprio in attività ove si richiedono profili ad elevata scolarità conferma che il Mezzogiorno potrebbe giocare con successo la carta di un posizionamento competitivo nelle attività a medio ed alto contenuto di conoscenza. In questo senso è d’importanza capitale investire sul rapporto tra aree metropolitane e territorio diffuso: nelle prime si concentra infatti la componente qualificata (quasi sempre in condizioni di sotto-occupazione) del lavoro nel Mezzogiorno, laddove nelle aree a sviluppo difficile e negli stessi sistemi specializzati si lamenta la difficile reperibilità di personale qualificato od in possesso di competenze specialistiche. Un mancato incontro che chiama in causa il ruolo delle Università, secondo l’opinione degli intervistati ben lontane dall’esercitare un efficace raccordo con le problematiche territoriali. In realtà le singole strutture sono anche dotate di efficienza relativa, anche quando non sono eccellenze come i Politecnici di Bari e Napoli, l’istituto delle nano-tecnologie di Lecce, la facoltà di Fisica ed ingegneria di Catania, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici a Napoli, ed altri ancora. Strutture capaci di costruire reti lunghe internazionali di collaborazione, con la Nasa o con i centri tecnologici cinesi, indiani e giapponesi, ma che nel medesimo tempo hanno forti difficoltà a dialogare con il capitalismo molecolare dei proto-distretti meridionali. Si pensi all’importanza ricoperta dall’Università di Calabria nel fare di Cosenza un piccolo polo delle nuove tecnologie, in una delle aree maggiormente in ritardo del Sud, od alla capacità dell’Università di Basilicata nel fare rete con le imprese presenti sul territorio, che siano i componentisti del sistema automotive di Melfi, le aziende agro-alimentari della Val d’Agri.

 

B) Proposte per una  CALABRIA e uno sviluppo sostenibile

(green society).

La declinazione della green society è ampia e la Calabria può sfruttarla in tutta la sua ampiezza.

Si va dalla difesa del territorio, alla sua valorizzazione, allo sviluppo di una nuova economia “verde” in cui gli  investimenti produttivi sono guidati dalla sostenibilità e dalla compatibilità con il territorio, con la nostra vocazione e identità agricola, turistica, artigianale e culturale (che non è per fortuna delocalizzabile altrove), e in sintonia con un sistema produttivo e distributivo di piccole e medie imprese a filiera corta.

1) Risanamento del territorio come precondizione per un turismo competitivo, per un sano rilancio dell’attività edilizia, per la creazione di nuova occupazione.

Siamo consapevoli che il consumo di suolo fino ad ora registrato impedirebbe il rilascio di qualsiasi concessione edilizia per nuova opera residenziale, produttivo, viaria, strutturale a meno che non si tratta di demolizione e ricostruzione.

Siamo consapevoli che occorre adottare un nuovo sistema di difesa del territorio come fonte primaria di ricchezza che, unitamente al capitale umano,  sono i nostri fattori più importanti di produzione.

Siamo consapevoli che non è costruendo inceneritori o raddoppiando rigassificatori che  risolviamo il problema dello smaltimento dei rifiuti.

In virtù di tali consapevolezze pensiamo che occorra::

– Costituire una BORSA TURISTICA REGIONALE come interlocutore marketing dell’impresa turistica  calabrese nel resto dell’Italia e del mondo, per la produzione e la commercializzazione di offerte turistiche finalizzate ad una clientela differenziata (non solo mare, non solo sdraio e ombrelloni,  ma turismo termale, culturale, enogastronomico, folcloristico, religioso).

-Abbattere per ricostruire riqualificando, con una legge urbanistica regionale e un  Piano Casa diretto a completare, recuperare, ultimare, dare risposte abitative e non per ampliare abusi e alimentare speculazioni;

-Importare e applicare modelli virtuosi di smaltimento della “spazzatura” che è il nuovo “oro nero” del XXI secolo con il riuso,  riciclo, produzione di  energia alternativa.

-Favorire e sviluppare l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili attraverso una mirata legislazione regionale, ma senza la minima concessione a logiche di deregulation, foriere (come la cronaca dimostra) di attività poco chiare e/o di comitati di affari e commistioni con la criminalità organizzata. Quindi un No chiaro e netto alla presenza di centrali a carbone nel territorio calabrese ed un Si per una riconversione in strutture di produzione energetica compatibili con la vocazione ambientale della nostra terra.

2) Rilancio del settore agricolo e manifatturiero locale

Siamo consapevoli che troppo spesso nella nostra Regione  le risorse regionali, nazionali e comunitarie    hanno alterato il mercato, ne hanno drogato il funzionamento, favorendo grandi imprese e cancellando la media e piccola impresa.

Siamo consapevoli che la politica agricola di Bruxelles non è informata della capacità di crescita del nostro sistema alimentare.

Siamo consapevoli che il mercato della grande distribuzione ha distrutto la nostra economia.

In virtù di tali consapevolezze pensiamo che occorra::

– Tutela dei nostri prodotti con una nuova politica italiana ed europea che guardi al mediterraneo e non solo a Francoforte e Parigi perché, per esempio, il succo di arancia e l’olio extravergine di oliva sono il nostro pinot noir e il nostro champagne e non è tollerabile una politica agricola comunitaria che favorisca produzioni di succo di arancia e di olio extravergine senza l’uso delle arance o con l’uso di sostanze alterative;

– normalizzazione dell’accesso al credito, sviluppo del microcredito,  credito di imposta di medio e lungo periodo  (5/10 anni) per le nuove imprese agricole.

3) Promuoviamo e sosteniamo la piccola e media impresa di produzione e distribuzione

– Costituiamo una BORSA AGRICOLA REGIONALE come interlocutore marketing dell’agroalimentare calabrese nel resto dell’Italia e del mondo;

– Applichiamo, sostenendolo e incentivandolo con credito d’imposta decennale, il “Km 0” o la “filiera corta”, perché significa sopravvivere alla grande distribuzione che ha annullato la nostra capacità produttiva rendendoci consumatori;

– Recuperiamo la nostra capacità produttiva e distributiva delle nostre piccole e medie imprese.

–  Sospensione di nuove licenze per aperture  di  centri commerciali  che hanno svuotato le nostre città, i nostri paesi, modificando il nostro impianto urbano, antropologico e culturale, per favorire speculazioni edilizie e riciclaggio;

– Apriamo e sosteniamo i nostri centri storici, rendendoli accessibili alle famiglie e ai disabili, e trasformarli nelle nuove mete domenicali dei calabresi anche per un nuovo modello di mercato sostenibile (sfuso, equo-solidale, impresa sociale);

– Sosteniamo la scuola pubblica,  le case famiglia, l’assistenza all’infanzia e alla persona,  perché è il cittadino ad essere il  motore della ripartenza economica di questa regione.

 

C) Proposte per una  CALABRIA come società della cura

(Care society)

Infine, con intelligenze e territori insieme, la Calabria può diventare un care society, una società della cura, della salute, della sanità come volano di sviluppo ma anche come sfida del  “merito”  e delle “eccellenze”, posto che non c’è campo medico o scientifico  in Italia e nel mondo in cui non ci sono giovani ricercatori e vecchi luminari calabresi.

Questa utopia può diventare realtà anche in Calabria se si mette fine ad una visione clientelare, corta e localistica delle questioni.

Una visione nuova della sanità calabrese in cui l’ospedale rappresenti il terminale solo dei fatti acuti, in cui esista una rete efficiente e collegata dei servizi di base, quali i medici di medicina generale, i Pediatri di libera scelta, i consultori, i centri di assistenza alla salute mentale.

Deve inoltre essere spezzato il legame tra la gestione tecnica della sanità e la direzione politica.

Solo il merito deve essere la stella polare di riferimento delle scelte sanitarie e/o dirigenziali.

Siamo consapevoli che al di la del Piano di rientro sanitario e dei vincoli di bilancio, molte delle strutture ospedaliere che sono in Calabria vanno chiuse perché sono fonte di clientela politica e di pericolosa inefficienza sanitaria.

Siamo consapevoli che l’idea  più rivoluzionaria nella sanità calabrese è  quella che occorre organizzare il tutto, anche il rientro del debito, avendo come obiettivo soltanto “la prestazione sanitaria verso il paziente” e non il mantenimento in vita di un ospedale se esso è fonte di disservizi, di sprechi e di clientela.

Se questo è l’obiettivo occorre:

1) Riorganizzare i  Livelli Essenziali di Assistenza  attraverso una razionale  distribuzione della continuità assistenziale sul territorio e nelle 24 ore.  Le convenzioni con i medici di base e i medici della continuità assistenziale devono essere organizzate  territorialmente  in modo da garantire nel corso delle 24 ore e di sette giorni su sette, la prestazione sanitaria di base e di primo soccorso, prevedendo i requisiti e la strumentazione medica che deve essere disponibile nell’ambulatorio.

2) Individuare e rafforzare le  strutture  ospedaliere delle grandi città (meritevoli per qualità della prestazione e della categoria medica e paramedica) e procedere alla definitiva chiusura di quelle a bassa prestazione sanitaria se non addirittura di rischio per il paziente.

3) Deospedalizzazione della prestazione sanitaria con il rafforzamento  della medicina del territorio e dell’assistenza domiciliare a i malati cronici e terminali. Territorialità dei consultori e dei CSM.

4) Concertazione e integrazione con la Cooperazione Sociale per la gestione e lo sviluppo delle case famiglia, dei centri di prima accoglienza, degli asili nidi  nelle strutture pubbliche e private.

Il Partito Democratico

I grandi cambiamenti storici, di orientamento e cultura politica nei partiti della sinistra democratica europea, hanno avuto come coronamento anche il cambiamento delle leadership.

Da noi  no! E’ mancato (volutamente?) il confronto culturale e politico ed il Pd calabrese si è limitato, nella migliore delle ipotersi,  a favorire la coesistenza di esponenti (non proprio giovani) delle vecchie tradizioni politiche con l’arrivo di un personale politico dal profilo non sempre adeguato e/o eticamente irreprensibile. Insomma, un Partito regionale affollato ai vertici ma incapace di coinvolgere la sua stessa base in una dialettica plurale e feconda, che avrebbe potuto e dovuto alimentarne le idealità, le passioni e le ragioni politico-culturali della sua stessa costituzione.

Da quando è nato il Pd calabrese non è evidentemente rintracciabile nessuno sforzo serio per renderlo aperto (realmente aperto), catalizzatore di nuove energie sociali, punto di riferimento credibile e politicamente praticabile per ogni cittadino che avesse voluto esercitare il ruolo politico e civile riconosciutogli dalla Costituzione.

Non è esercizio retorico e/o di catastrofismo politico, ma consapevolezza dalla quale ripartire, se affermiamo che ha prevalso una gestione asfittica, burocratica e autoreferenziale, insomma una lunga fase per nulla esaltante che le ripetute sconfitte elettorali hanno sanzionato e messo a nudo. Non si è capito (o non si è voluto capire) che la credibilità ed il senso stesso della sua funzione non potevano essere più garantiti da meccanismi passivi di appartenenza e/o da fedeltà al capo o agli intermediari locali; che la stessa questione meridionale non poteva essere più scissa dalla qualità della sua classe dirigente all’opera nei partiti e nelle istituzioni, e che il cittadino, ormai abituato a riflettere sul suo futuro e su quello dei propri figli, avrebbe chiesto loro politicamente il conto.

Un partito nuovo, dove la legittima ricerca del consenso è stata volgarmente anteposta alla ridefinizione – a partire dall’esperienza calabrese – di obiettivi, proposte programmatiche, nuove forme dell’agire politico e ad un radicale ripensamento del rapporto con la società civile, non avrebbe evidentemente compiuto molta strada. Da qui il crollo, il fallimento politico e amministrativo e del suo stesso messaggio originario.

Oggi una difficile ripresa d’iniziativa e di presenza politica. Dove rintracciare gli elementi per una possibile ripartenza superando i limiti emersi? Cosa e chi rimettere al centro? Con quali strumenti e modalità operative farlo? “Costruire il partito democratico è un compito difficile, ma non impossibile, se c’è buona fede e coraggio in coloro che dicono di volerlo costruire”, ha scritto Michele Salvati, estensore con altre personalità del manifesto dei valori del Pd. E’ un’affermazione che potrebbe bastare, ma spesso la realtà delle cose e gli atteggiamenti degli uomini prevalgono e si impongono sulla saggezza e sui buoni messaggi. Ma è in un partito di iscritti (veri ed attivi) ed elettori (razionalmente convinti) che va ritrovata la via di una possibile e necessaria rifondazione del Pd calabrese. Un partito che non può pensare di vivere ed esercitare appieno la sua funzione piegando interessi,valori, energie ed obiettivi politici ad una sorda e tutta interna competizione sulle istituzioni e/o gli enti da conquistare; né può pretendere di superare la distanza dei suoi vertici con le istanze della base, semplicemente riproducendo i meccanismi della cooptazione amicale e della fedeltà di gruppo. Un partito che deve ripartire dai circoli e da un franco confronto con la società civile. I circoli come base per ritessere il rapporto con i militanti, i simpatizzanti, gli elettori, i cittadini. Circoli di gente vera non di iscritti sulla carta. Circoli attivi e dotati di strutture (a iniziare dalle sedi) e risorse. Circoli protagonisti di una democrazia continua e non limitata ai momenti elettorali. Circoli che riescono a selezionare la classe dirigente e a orientare l’azione amministrativa delle proprie località.

Occorre che il Partito Democratico calabrese riparta e dia spazio a una nuova generazione di dirigenti con una nuova e ritrovata passione civica. Deve pertanto, in via preliminare modificare il proprio Statuto e inserire che la Calabria e il PD calabrese “ripudia la ‘Ndrangheta e tutte le mafie”.

Nel merito occorre che si dia una struttura più coordinata con i principi declamati nello Statuto e quindi proponiamo:

1) Istituzione di circoli, ambiti di incontro e confronto tra gli iscritti, solo se è disponibile una sede e sono programmate iniziative politiche. Per ogni circolo è fatto obbligo di indire almeno un’assemblea pubblica degli iscritti annualmente. I circolo devono essere sostenuti economicamente attraverso un federalismo delle risorse: occorre ridistribuire le risorse ora accentrate nelle federazioni a vantaggio dei circoli attivi (secondo un modello di valutazione delle proposte di iniziative locali da parte di un apposito comitato provinciale).

2) Creazione di più circoli sui territori comunali lì dove ogni circolo superi un numero massimo di tesserati (300). Il numero complessivo di tesserati attribuito a ciascun comune non deve comunque essere superiore al 10% dei voti riportati dal partito nelle precedenti consultazioni politiche nello stesso ambito territoriale. Svolgimento del tesseramento secondo quanto previsto dall’apposito regolamento nazionale senza eccezioni (iniziative pubbliche, comitati di adesione, svolgimento del tesseramento nei circoli). Pubblicità degli iscritti a ciascun circolo.

3) Le assemblee elettive (provinciale e regionale) devono essere ridotte nel numero dei componenti. Deve invece essere rafforzato il loro ruolo e convocate almeno due volte ogni anno per fare il punto sullo stato del Partito e sulla sua linea politica. Anche gli organi di direzione (provinciale e regionale) devono di conseguenza essere ridotti nel numero dei membri. Al massimo devono rappresentare il 10% dei membri delle assemblee elettive. Gli organi di direzione devono essere affiancati da forum tematici e da un Centro studi regionale.

4) Primarie per decidere le candidature monocratiche a tutti i livelli (sindaci, presidenti di province e regione, deputati).

5) Ruolo decisivo del coordinatore di circolo  nella scelta delle alleanze e nella formazione delle liste nelle consultazioni locali. Obbligatorietà di convocare un’assemblea degli iscritti straordinaria prima di prendere tali decisioni.

6) Eliminazione di liste civetta e riduzione al minimo di liste civiche a sostegno delle candidature a Sindaco dei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti,  Presidente della Provincia e della Regione.

7) Incompatibilità tra ruoli politici (dirigenti di partito) e ruoli istituzionali (sindaco, assessore, consigliere, portaborse, presidente). Non cumulabilità di ruoli istituzionali (sindaco e parlamentare o cons. reg.le, prov.le, per esempio) o ruoli politici (segretario di circolo e membro di direzione provinciale, per esempio).

8) Limite dei due mandati consecutivi per ciascun incarico istituzionale e/o elettivo e limite complessivo di 25 anni alla carriera politica in tutti i ruoli istituzionali.

9) Istituzione obbligatoria e a tutti i livelli (circoli e federazioni) di una consulta permanente formata da esponenti di associazioni, rappresentanze dei lavoratori, mondo delle professioni, istituti di ricerca e università. Una consulta che si riunisca periodicamente insieme ai coordinatori e ai dirigenti di circolo e federazione e analizzi le situazioni sociali di ciascuna realtà.

10) Iniziativa legislativa  nazionale per una normativa che regolamenti l’art. 49 della Costituzione e le modalità di accesso ai partiti politici, all’interno di una nuova legge elettorale, e che modifichi l’art. 67 della Costituzione affinchè il mandato del Parlamentare sia vincolato alla proposta politica per la quale è stato eletto.

Dobbiamo coltivare una nuova Etica della Politica, se vogliamo sconfiggere l’antipolica che insieme alla politica urlata, clientelare, trasversale e dell’inciucio, è la casa della crisi democratica del nostro Paese.

E il PD deve avere un ruolo chiaro nell’adottare  una nuova Etica della Politica. Non possiamo più dare l’immagine dei pacchetti di tessere acquistati in blocco così come avviene con la bolla del tesseramento attuale nel PDL calabrese e come, purtroppo, è avvenuto con il tesseramento nel nostro Partito nel 2007 nel 2009 e come rischiamo accadrà di nuovo a breve, non appena il vento elettorale spirerà a nostro favore.

Ma il partito deve anche aprirsi e con decisione alle società civile. Un’apertura che è necessaria a cogliere le istanze che provengono dalla società e che molto spesso vedono il partito in forte ritardo nell’offrire risposte. Un’apertura che non significa scambio di ruoli o candidature “spot” di esponenti della società civile. Ma un ascolto continuo di proposte e anche di critiche che provengono dalle associazioni e dai movimenti. Un’apertura utile a instaurare un confronto continuo. A tal proposito proponiamo l’istituzione obbligatoria e a tutti i livelli (circoli e federazioni) di una consulta permanente formata da esponenti di associazioni, rappresentanze dei lavoratori, mondo delle professioni, istituti di ricerca e università. Una consulta che si riunisca periodicamente insieme ai coordinatori e ai dirigenti di circolo e federazione e analizzi le situazioni sociali di ciascuna realtà. Solo ripartendo dall’azione politica quotidiana dei circoli e dal confronto continuo con la società civile si costruirà un Partito Democratico utile ai calabresi, utile a rilanciare questo nostra Regione.

Gruppo PD Calabria 25 Aprile