IL 21 GIUGNO DI 33 ANNI FA VENIVA UCCISO GIANNINO LOSARDO, GIA’ SINDACO COMUNISTA DI CETRARO (APPENA 10 GIORNIDOPO VALARIOTI) (da“In Calabria tra sottosviluppo e mafia -1964-1984”, di Michele Maduli)

Visto l’interesse suscitato e le sollecitazioni in merito; ho deciso di continuare il viaggio attraverso la (ri-)lettura delle pagine del Prof. Maduli. Professore con la P maiuscala a me … Maestro.

IL 21 GIUGNO DI 33 ANNI FA VENIVA UCCISO GIANNINO LOSARDO, GIA’ SINDACO COMUNISTA DI CETRARO (APPENA DIECI  GIORNI DOPO VALARIOTI).

A rendere più drammatico il clima contribuì, adistanza di pochi giorni, l’assassinio del dirigente comunista Giannino Losardoda parte della mafia di Cetraro. Ai funerali di Losardo, il 24 giugno 1980,intervenne anche il segretario generale del PCI, Enrico Berlinguer, ma c’eranopure Occhetto e il povero Pio La Torre.

Ci ritrovammo, in una Cetraro già infuocata dal soledell’estate, tutti quelli che eravamo stati a Rosarno per Valarioti. “ Attenzione- disse Berlinguer – si comincia dai comunisti, per poi colpire tutti. Tuttigli uomini onesti, di tutti i partiti. Tutti coloro che vogliono proseguire ilcammino per il rinnovamento. In Sicilia, un’altra regione dominata dalla mafia,  si è colpito il giudice Terranova, e si ècolpito anche il Presidente democratico della Regione, Mattarella. Nessunaforza democratica deve sottovalutare quanto sta avvenendo in Calabria.”[1]

Per le stradine tortuose di Cetraro c’era un via vai dicompagni che si recavano in municipio per rendere omaggio alla salma di Losardo. Sui visi della gente vi erano sgomento ed incredulità. Lì, in quellacittadina a strapiombo sul mare più azzurro della Calabria, in una provinciafino a poco tempo prima preservata dai riti barbarici della mafia, la violenzacompiuta ai danni di un uomo inerme e coraggioso appariva ancora più grave,ancora più inaccettabile.

“Colpiscono i dirigenti comunisti – affermò inquell’occasione l’on. Frasca – perché in questo momento è il PCI che conduce piùconseguentemente la battaglia contro la mafia… Chi ha ammazzato Ferlaino? -proseguiva l’esponente socialista – chi ha ammazzato Valarioti e Losardo? Nonsi può rispondere a metà, o col silenzio, a queste domande. E poi voglio direchiaro e tondo che sta succedendo anche di peggio, ossia che qui in Calabrianon c’è sindaco o consigliere regionale o deputato o senatore che non sia statoeletto con l’appoggio della mafia. Insomma la delinquenza organizzata stadiventando un partito politico, sceglie gli uomini e formula i pianiregolatori…”[2]

In seguito ai due delitti la direzione del PCIincominciò a prestare grande attenzione a quanto succedeva in Calabria. Aiprimi di luglio una delegazione di parlamentari comunisti, guidata daPecchioli, visitò le zone più calde della Regione. Il 12 Luglio fu PietroIngrao a commemorare a Rosarno Valarioti, a un mese dalla scomparsa.

In estate, nel corso delle feste dell’Unità s’incominciò a discutere del problemadella mafia anche nelle altre regioni d’Italia. Molti di noi furono invitati apartecipare a dibattiti o a conferenze.

A me toccò di andare in una borgata romana, aTorpignattara. Non era facile parlare di mafia a settecento chilometri didistanza. I compagni mi accolsero con calore e mi consegnarono 300.000 lire perle sezioni di Cetraro e di Rosarno. Partecipai pure a un dibattito organizzatodalla Federazione comunista di Cosenza, a Paola, insieme con i giornalistiMadeo e Ardenti.

Da queste esperienze, ma anche dai contatti che ebbiin quel periodo con gente di diverso orientamento, in varie parti d’Italia,trassi l’impressione che esistesse una sostanziale sottovalutazione di quantostava succedendo in Calabria. Sfuggivano a molti il senso dell’operazione chela mafia stava conducendo, la qualità nuova dell’attacco mafioso volto aindebolire il PCI, ma anche le istituzioni democratiche, in ultimo il taglioterroristico delle imprese criminali.

Nel mese di Agosto la FGCI lanciò ai giovani di tuttaItalia l’invito a scendere a Palmi per manifestare contro la violenza mafiosaed il suo messaggio di morte. Nei tre giorni di festival, dal 10 al 12, tantigiovani lindi, ignari di quanto potesse accadere, per il resto dell’anno, apochi passi dai loro campeggi, ascoltarono musica e parlarono di politica.

In quest’occasione gli inviati dei principaliquotidiani italiani discussero su come il problema mafioso veniva propostosulle pagine dei giornali. Qualche settimana prima, il giornalista AndreaSantini aveva pubblicato su “Paese sera” un’intervista fatta all’on. FrancoQuattrone, democristiano reggino, che aveva risposto con sincerità espregiudicatezza alle domande postegli sul nuovo ruolo assunto dalla mafianella regione calabrese. Sulla “Gazzetta del Sud”, invece, l’on. Vico Ligato,anche lui reggino e democristiano, aveva fatto capire come non fosseconsigliabile per nessuno parlare, sbilanciarsi sul terreno minato della mafia.

Era inevitabile che nel corso del dibattito ilpubblico polemizzasse apertamente con l’inviato di quest’ultimo giornale,accusato di scrivere da 20 anni di mafia, ma di non aver mai infastiditoseriamente i mafiosi. E’ tipico dei giornali locali, infatti, dilungarsi nelladescrizione minuta e macabra degli efferati omicidi di marca mafiosa, nellarievocazione delle imprese dei boss. In questo modo, sia pure senza volerlo,non si fa che mitizzare i criminali. I vari “don” trattati alla stregua dipersonaggi da romanzo popolare. Altro vizio della stampa locale (che fa dacontrappunto a quello di certa stampa del Nord che non perde occasione per criminalizzareil Mezzogiorno) è quello di stendere un velo pietoso su alcune vicende,ritenendo in questo modo di salvaguardare l’onore e l’integrità morale deicalabresi.

Biografia di Giannino Losardo

Giannino Losardo (1926-80)

Nato a Cetraro nel 1926, da Giuseppe edAngelina Seta, è allievo prediletto di Francesco Aita; che lo prepara asostenere, in piena guerra, gli esami ginnasiali. Nel 1945, s’iscrive alla Sezione di Cetraro delPartito Comunista Italiano, diretta dal confinato milanese Peppino Rigamonti. Enel 1946, conseguita a Vibo Valentia la maturità classica, s’iscrive allaFacoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli. Nel clima di riforma,inaugurato nel Meridione dai Patti Agrari, partecipa con fervore alla politicalocale; contribuendo all’aumento di consenso del suo partito. Nel 1950,partecipando ad un concorso per segretario comunale, pur essendo giunto tra iprimi dieci in graduatoria, non viene mai chiamato ad espletare tale incarico;per via, forse, della sua militanza comunista. Partecipa allora, nel 1955, alconcorso per cancelliere; e superatolo gli viene assegnata la sede di Verbania-Pallanza,sul lago Maggiore. Dopo pochi anni ottiene il trasferimento presso la Preturadi Paola; finendo per ricoprire il ruolo di Segretario Generale della Procuradella Repubblica. Stabilitosi a Fuscaldo, nei primi anni ’70 riallaccia irapporti politici col suo paese d’origine; e collabora attivamente alla rivistaChiarezza diretta da Luigi Gullo. Capolista del PCI nelle amministrative del1975, diventa Sindaco di Cetraro; iniziando subito una drastica politica dicontrasto al nascente abusivismo edilizio ed ai primi fermenti d’inquinamentosociale. Ma la sua esperienza dura solo tre mesi. Rieletto consigliere comunalenel 1979, riveste la carica d’assessore ai lavori pubblici e quindi allapubblica istruzione. In tale veste, dopo una seduta di consiglio comunale, lanotte del 21 giugno 1980, mentra fa ritorno alla sua abitazione di Fuscaldo,cade vittima d’un agguato nei pressi di S. Maria di Mare. E muore il giornodopo, all’ospedale civile di Paola. I suoi funerali hanno risalto nazionale perla venuta a Cetraro del Segretario Generale del PCI, Enrico Berlinguer. E moltesezioni comuniste d’Italia portano il suo nome. Cetraro lo ricorda per avergliintitolato il largo della Porta di Basso, dov’era un tempo la sua casa; e nelPremio Nazionale ‘Giovanni Losardo’ che si tiene ormai da molti anni.
[1] In“Paese sera”, 3.7.1980.

[2] In“Paese Sera”, 3.7.1980

IN RICORDO DI PEPPE VALARIOTI, UCCISO DALLA MAFIA 33 ANNI ADDIETRO. (di Michele Maduli)

IN RICORDO DI PEPPE VALARIOTI, UCCISO 33  ANNI ADDIETRO A ROSARNO, PUBBLICO UNO STRALCIO DI UN VOLUME  PUBBLICATO ALCUNI ANNI ADDIETRO DA MICHELE MADULI DAL TITOLO “IN CALABRIA TRA SOTTOSVILUPPO E MAFIA (1964-1984)

 VALARIOTI

La mattina dell’11 Giugno fui svegliato dallatelefonata di un compagno che mi comunicò la notizia dell’assassinio di PeppeValarioti.

Quando giunsi a Rosarno molti compagni erano già insezione.

Gli attacchini stavano affiggendo i primi manifestisui muri scalcinati. Entrai nella stanza semi-buia e vidi i compagni seduti asemicerchio con gli occhi umidi che si ricevevano le condoglianze. La famigliaera lontana, in un’altra stanza fredda a piangere il povero Peppe, ma quiv’erano gli affetti, i ricordi, la rabbia degli amici più cari. Abbracciai unoad uno i compagni e me ne sedetti muto, come s’usa fare ai funerali inCalabria.

Al centro della stanza vi era Peppino Lavorato,incapace di parlare e di piangere. Era stato lui, insieme con gli altricompagni recatisi al ristorante La Pergola, a raccogliere Peppino Valarioti trale braccia, morente: “Mi hanno ammazzato, compagni.”

Poi la corsa in macchina verso l’ospedale, inutile,perché Peppe era morto quasi subito. Ma perché avevano ucciso Valarioti e chi?

Sin dai primi momenti apparve chiaro che si trattavadi omicidio politico. Quella sera Peppe e gli altri dirigenti comunisti eranoandati nei quartieri popolari di Rosarno per ringraziare i cittadini che nonavevano avuto paura di votare comunista.

Le elezioni erano andate bene per il PCI dopo il calosubito l’anno prima alle comunali e alle politiche: il 3,4% in più che avevaconsentito di rieleggere alla provincia Peppino Lavorato e di mandare alconsiglio regionale Fausto Bubba, che per tanti anni era stato direttore dellaCooperativa Rinascita. Tutta la campagna elettorale condotta dai comunisti eraapparsa come una sfida ai mafiosi che nel ‘79 erano riusciti ad intimidiremolti elettori. Come non riflettere sul fatto che l’anno prima tra leamministrative e le europee vi fosse stato un salto di 880 voti?

La sezione comunista decise nel 1980 di affrontare dipetto il nodo mafioso; anzitutto andando a parlare nei quartieri controllatidai capibastone, sforzandosi di spiegare a giovani e ad anziani che nonbisognava avere paura della mafia.

 

LE “CASE NUOVE” DI ROSARNO

 Le “case nuove”, i quartieri popolari di Rosarno, sonocresciute nel dopoguerra a misura dei bisogni dei braccianti; anzi degli exbraccianti che, dopo aver occupato negli anni cinquanta le terre del Bosco, erano divenuti ormai piccoliproprietari. Casette basse, massimo a un piano sopraelevato, costruite murodopo muro coi primi guadagni, senza alcun rispetto per l’estetica, come levecchie casette a schiera dove i braccianti poveri di un tempo, dopo diciottoore di fatica, ritornavano la sera a dormire come cani.

Ancora oggi Rosarno presenta un tessuto urbanoelementare, una tipologia edilizia tra le più povere della Piana. Tutto questo,unito all’incuria in cui sono tenute le piazze e le strade, al pessimo statodell’igiene pubblica, infonde in chi vi giunge un senso di profondo squallore.

In quelle “case nuove” abitano, però, uomini dotati dimemoria storica che legano indissolubilmente la propria vicenda personale, lapropria ansia di riscattarsi dalla condizione bestiale in cui sono stati tenutiper secoli, alle lotte, alle fiammate ideali del sindacato, del Partitocomunista degli anni difficili ma pieni di speranza del dopoguerra. A distanzadi tanti anni il Partito continua a essere un cuore pulsante che può rallentarei battiti, anche ansimare, ma che riprende la corsa non appena il suo popologli si riaccosta. Così, dopo gli anni neri e tristi seguiti alla morte diValarioti, il Partito comunista ha riguadagnato i consensi di un tempo, ha riaperto affollata come una volta la propriasezione.

Nelle “case nuove” il tempo passa, tante cose sonocambiate; sono invecchiati i padri, sono cresciuti i figli che, spesso si sonoallontanati dal quartiere ed hanno dimenticato l’epopea vissuta dai genitori.Qualcuno, come Peppe Valarioti, è andato a scuola, fino all’università, s’èlaureato ed ha provato l’ebbrezza di riscoprire le proprie radici contadine, dicollocare la vicenda della propria famiglia in una dimensione più ampia. Perquesto ha scelto, razionalmente, di militare nel PCI e ne è divenuto ben prestodirigente.

Nel suo rione, chiamato anche significativamente“Corea”, Peppe cresce alimentato dalle voci, dalle liti, dalla passione delledonne contadine, costrette ogni giorno a fare i conti con i problemidell’esistenza. Sono gli anni ‘50; I braccianti poveri di Rosarno hannooccupato da poco le terre del Bosco, le stanno mettendo a coltura, consapevolidi essere stati gli unici nella Piana ad averla spuntata contro gli agrari,contro i galantuomini. Altrove, infatti, i braccianti, anche se hanno sostenutolunghe e appassionate lotte, sono rimasti con un pugno di mosche in mano,perché gabbati dallo Stato o traditi da chi avrebbe dovuto difenderli.

Fino alla seconda guerra mondiale, chi, che cosa,erano i braccianti? Niente, villani, “mezzomini”, perché non sapevano nemmenoleggere. Con Peppe Valarioti, già professore, spesso discutevamo di come leclassi diseredate del Mezzogiorno si fossero sempre collocate, negli ultimisecoli, dalla parte della conservazione. Al cafone meridionale poco interessavala scomparsa del feudo, se poi questo doveva significare per lui più fame, piùoppressione, e nemmeno un fazzoletto di terra per coltivare pomodori e patate.

Poi la grande illuminazione della lotta per la terradegli anni ‘40. Con il partito, con il sindacato, il bracciante poveroacquisisce coscienza, si fa uomo, conquista il suo pezzo di terra.

Quante volte si è sentito dire: “cu non ha, non è”, chi non possiede qualcosa, cioè, è come se nonesistesse. Per questo s’iscrive al Partito comunista, partecipa alle lottesociali, alle battaglie politiche per la conquista del Municipio. Certo, apartire dagli anni ‘60 la società va cambiando; i braccianti più poveriemigrano verso la Fiat, in Calabria giungono le autostrade.

Quando Peppe Valarioti ha vent’anni ed è già uomo, aRosarno spuntano le prime cooperative; la “Rinascita” sorge per un atto divolontà dei dirigenti comunisti e dei piccoli proprietari, i vecchi assegnataridel Bosco, i quali intuiscono che è necessario associarsi per non cadere nellegrinfie della speculazione mafiosa.

Nel ‘74 il referendum sul divorzio mette in luce nellaPiana l’esistenza di un grave handicap culturale: qui la “cultura” popolare nonè stata sopraffatta ma non ha nemmeno vinto. Peppe è uno di quei giovani checomprende l’importanza della cultura ai fini della sopravvivenza e dellacrescita del partito e delle organizzazioni democratiche a cui, intanto, si èavvicinato per un atto di amore e di intelligenza.

Lì a Rosarno (l’antica Medma) egli coltiva interessiinconsueti, come quello per l’archeologia e per la musica classica. A un certopunto, messi da parte il latino e Ammiano Marcellino, argomento della sua tesidi laurea in lettere classiche, va alla scoperta delle proprie origini,incomincia ad indagare con passione il mondo contadino e le lotte del dopoguerra.

Nelle case dei contadini, dunque, i comunisti eranoritornati durante la campagna elettorale del 1980, per spiegare ai padril’importanza di riprendere a votare comunista dopo la sbandata dell’annoprecedente, e per far capire ai giovani che il messaggio della mafia, la qualeprospettava alle nuove leve ricchezze e prestigio, era insidioso ed insincero.

Vecchi e giovani compresero, in gran parte, ilmessaggio di liberazione e di pace lanciato dai comunisti e li votaronoscrollandosi di dosso la paura dei capetti mafiosi dislocati in ogni quartiere.Quando i comunisti andavano a parlare nei rioni, le donne del popolo siaffacciavano sugli usci e lanciavano fiori.

In Calabria la mafia detiene il potere attraverso ilconsenso di massa. I regolamenti di conto sono un fatto eccezionale e internoalla comunità mafiosa. I boss non hanno bisogno di mostrare i pugni e lepistole alla gente che, da parte sua, li sostiene perché convinta dellavalidità delle norme che sovrintendono all’organizzazione della ‘ndrangheta. Imafiosi, del resto, più che delle leggi, dei carabinieri (hanno messo nel contola possibilità di incappare nei rigori della giustizia ed anche di morireviolentemente) hanno timore dell’isolamento e della perdita del consensopopolare in virtù del quale essi si ritengono legittimati a esercitare ilpotere.

La mafia, capisce dunque la pericolosità del messaggiolanciato dai comunisti e decide di fermarli. Il 20 maggio dell’80 la sezionedel PCI viene data alle fiamme; la stessa notte viene incendiata l’auto delconsigliere provinciale e capogruppo al comune, Peppino Lavorato. Non solo:bande di mafiosi pedinano i militanti comunisti durante la campagna elettorale,controllandone ogni mossa; infine, per lanciare un chiaro messaggio di violenzae di morte, strappano i manifesti del PCI e li ricollocano capovolti.

I FUNERALI

I funerali di Valarioti si svolsero il 12 Giugno efurono imponenti: vennero dalla Piana, dalla Provincia, da tutta la Calabria.Il sindacato invitò i lavoratori a fermarsi per quella giornata; la Giuntacomunale (Valarioti era consigliere) proclamò il lutto cittadino.

La cosa che più mi colpì in quel funerale fu lalunga  teoria di donne vestite di neroche seguivano il feretro: in pratica tutte le donne del popolo (che di normanon partecipano all’accompagnamento dei morti al cimitero) si strinsero quelgiorno attorno alla bara di uno dei loro giovani.

In piazza, tra il silenzio di tutti, parlò per primoLavorato, poi altri oratori, infine l’on. Achille Occhetto per la Direzionenazionale del PCI. Provai a salire sul palco e vidi una marea di gente, almenoventimila persone sparse in una piazza oblunga. Franco Romeo, un giovanefunzionario di partito piangeva ai piedi del palco e così pure altri giovani,compagni di partito o di lavoro del povero Peppe.

“Con il feroce assassinio del nostro compagno – disseOcchetto- si torna, dopo decenni, ai delitti compiuti ai primordi delmovimento. Si torna a quando si colpivano i contadini non tanto per icomportamenti personali quanto per l’azione di progresso impostata.”

A macchiare quella giornata di dolore e di commozionegiunsero le incaute dichiarazioni del sindaco socialista di Rosarno, secondo ilquale il delitto era da ricondurre ad una “questione di donne”. Lo stessoquotidiano del PSI, l’Avanti, scrissea proposito delle voci che anche la mafia aveva fatto circolare: “E’ questo unmodo di continuare ad assassinare Giuseppe Valarioti, senza che, come nellamorte reale possa difendersi. D’altra parte i mafiosi sanno soltanto spararealle spalle.”[1]

“Valarioti – affermò Occhetto nel suo comizio – nonaveva nemici personali. Egli aveva però accusato la Giunta comunale di averedistribuito fondi in modo clientelare e di aver affidato importanti incarichiurbanistici ai propri amici.”

Per il partito comunista il colpo fu molto duro. Idirigenti alternavano a momenti di fiducia vere e proprie manifestazioni disconforto. Poco prima dei funerali, nel corso di una conferenza stampa, ilsegretario regionale del PCI, Tommaso Rossi, ammise: “Nella lotta contro lamafia noi comunisti ci sentiamo abbastanza soli.” In una lettera a “Paese Sera”un militante comunista di Vibo Valentia, riferendosi ai funerali di Valarioti,scrisse: ”Eravamo in molti, ma eravamo soli: noi comunisti, soli a combatterela mafia… Contro la mafia non c’erano né le bandiere dello scudo crociato néquelle del garofano né altre”.[2]

Ai funerali, in realtà, c’era stato accanto aicomunisti tutto il popolo di Rosarno, solo che dalla commozione e dallapartecipazione del primo periodo si passò alle ambiguità del giorno dopo, perpoi precipitare nel silenzio e nella paura dei giorni successivi.

“Questa azione – giudicò a caldo il Direttivoprovinciale del PCI – testimonia un salto di qualità dell’iniziativa mafiosanella Piana di Gioia Tauro: ci troviamo di fronte ad un vero e proprio omicidiopolitico compiuto dalla mafia…”[3]

 

 

IL PSI MUTA ALLEANZE

 

Nel documento si faceva riferimento a pericolosisegnali di inversione di tendenza manifestatisi nel settore della giustiziaall’indomani delle elezioni politiche del 1979. In particolare allaconclusione, non certo esaltante, del giudizio d’appello al processo dei 60 cheaveva visto la sostanziale assoluzione dei boss precedentemente condannati apene ben più severe; ed ancora alla assoluzione del clan degli Ursini per ifatti di Gioiosa Jonica.

In questa cittadina il sindaco comunista, FrancescoModaffari, protagonista di tante battaglie contro la mafia, era statoestromesso dall’incarico per colpa dei socialisti, alleatisi con la DC. Maanche a Rosarno la Giunta di sinistra era stata sfasciata per far posto alcentrosinistra.

“Sull’onda di acquiescenza e di complicità – sostenevanoi comunisti reggini – si sono ulteriormente cementati i rapporti tra mafia epotere politico; in particolare con il sistema di potere della DC checostituisce il principale brodo di coltura per la crescita dell’organizzazionemafiosa. Accanto a ciò si sono, però, manifestati già da qualche tempo, e inparticolare in concomitanza con le ultime elezioni, nuovi intrecci che hannointeressato anche altre forze politiche, non esclusi alcuni settori non trascurabilidella stessa sinistra”.4

Nell’analizzare i comportamenti dei socialisti che indiversi comuni (Rosarno, Africo, Gioiosa) avevano operato un rovesciamentodelle alleanze e s’erano accordati con la DC, Corrado Stajano affermava: “Lasinistra perde il potere. il coraggioso sindaco comunista Modafferi,instancabile avversario della mafia, è costretto a lasciare. La lotta allecosche si arena: l’amministrazione comunale è addirittura assente dallemanifestazioni popolari contro le violenze mafiose. Cosa dire del PSI calabresedopo tutti questi fatti? Il passaggio dall’altra parte degli amministratori diAfrico procura una gran vergogna… Quando si realizza il passaggio deisocialisti dell’area della sinistra alla DC, l’atteggiamento nei confronti dellamafia cambia”.[4]

All’indomani del delitto molti di noi s’interrogaronosulle ragioni che avevano spinto la mafia a individuare come obiettivi dellaloro azione la città di Rosarno, la sezione comunista, il suo giovanesegretario.

“La mafia – scrivevo in quei giorni su “Paese Sera”,ha voluto lanciare con il delitto Valarioti un esplicito messaggio ai comunistie alle popolazioni della Piana e della Calabria. E’ a Rosarno, cuore economicodell’agricoltura della Piana, che le forze della reazione e della mafiaincontrano notevoli resistenze. Per questo l’avvertimento è stato dato aRosarno: sfondato il caposaldo, la mafia non avrebbe difficoltà a vincere leultime resistenze della Piana.

L’on. Occhetto ha affermato dal palco dei funeraliche, di là dalla identificazione dei killer e dei mandanti, la responsabilitàdi fondo ricade sul sistema di potere instaurato dalla DC nel Mezzogiorno…Anche per il terrorismo esistevano delle motivazioni di fondo; eppure ci si èmossi con tenacia, con rigore… ed oggi, anche se permangono le cause difondo, il terrorismo appare in grosse difficoltà”.

Per quanto tempo ancora il Mezzogiorno, o gran partedi esso, sarà considerato come un’isola alla deriva che ora si avvicina alcontinente della democrazia, per effetto delle correnti, ora se ne allontana?In quest’isola alla deriva, il sistema assistenziale, voluto dalla DC, e lamafia, la stanno facendo la padroni. La mafia sta progressivamente occupando intutta la Calabria spazi importanti all’interno dei partiti di governo. Neglianni Settanta, con una serie di attentati e di intimidazioni, ha piegato laresistenza di molti uomini   politici alpotere nelle province, nella regione e nei comuni; adesso mira a vincere laresistenza di chi sta all’opposizione.

I dirigenti comunisti calabresi che vanno a Roma inquesti giorni dovranno dire con estrema chiarezza alla Direzione del loropartito che la partita contro la mafia non può essere giocata solo dalle forzelocali; proprio perché quella mafiosa è una delle grandi questioni nazionaliche, come la strategia della tensione o il terrorismo, hanno mirato e mirano asconvolgere le basi democratiche dello Stato. C’è bisogno di un impegnogeneroso delle forze democratiche, del PCI in primo luogo, per fermare epiegare le forze della mafia.”[5]

Se si guardaagli altri delitti politici ordinati dalla mafia in quegli anni (da BorisGiuliano a Piersanti Mattarella, dal capitano Basile al giudice Terranova) cisi accorge che dietro  ciascuno di questifatti criminosi esiste un fatto preciso, una ragione specifica. L’uomopolitico, il poliziotto, il carabiniere, il magistrato, erano persone scomodeche avrebbero potuto, nell’esercizio delle loro funzioni, ostacolare gli affaridella mafia.

Nel caso del segretario della sezione comunista diRosarno niente di tutto ciò; Valarioti era un capace dirigente sezionale che,alla pari di tanti altri, aveva denunciato brogli e malefatte; ma non era illeader della sua sezione né apparteneva al gruppo degli esponenti più noti epiù prestigiosi della Piana di Gioia Tauro. Nella stessa Rosarno, infatti, ilPartito aveva eletto un consigliere provinciale e uno regionale.

Nessun fatto specifico, dunque, nessuna circostanzaprecisa. Il delitto Valarioti appare tanto più grave – forse il più grave deidelitti politico-mafiosi consumati in Calabria – quanto più si consideri checon l’uccisione del dirigente comunista si è voluto in quegli anni lanciare unmessaggio terroristico, al Partito comunista in primo luogo, ma anche allealtre forze politiche, agli amministratori locali, a quanti, insomma,costituiscono le prime maglie del tessuto democratico. Perché, in fondo, ilfine della mafia è identico a quello del terrorismo nel momento in cui sipropone di minare alle basi lo Stato democratico, di colpirne le istituzioni (eanche il Partito comunista che nella Piana di Gioia Tauro ha finito perassumere, in assenza di altro, il ruolo di grande istituzione democratica).

Forte era la consapevolezza in ognuno di noi dellagravità del momento. Si giustificano così gli accorati appelli che in queigiorni lanciavamo sulla stampa al Partito nazionale, alle altre forzedemocratiche, perché riflettessero con attenzione sul significato nuovo cheandava attribuito agli eventi di Giugno.[6]
NOTE

[1] D.Labate, Il boss ha lasciato il confino per aiutare la DC in “Avanti”,14.6.1980 p. 4.

[2]Lettera di G. Loriani, Noi comunisti soli a combattere la mafia, in“Paese Sera”, 22.6.1980, p. 5.

[3]Partito comunista italiano, Comitato direttivo provinciale di Reggio Calabria,comunicato del 12.6.1980.

[4]Corrado Stajano, Fermare la lotta del PCI è l’obiettivo dei killer, in “PaeseSera”, 21.6.1980. Autore di una monografia su Africo, Stajano venne assolto daltribunale di Torino  dall’accusa di averdanneggiato la reputazione del prete don Stilo che, nell’Agosto del 1984, è statotratto in arresto sotto l’accusa per associazione per delinquere.

[5] in“Paese Sera”, 15.5.1980.

[6]“L’assassinio di Valarioti può stimolare, come a suo tempo quello di GuidoRossa, la reazione delle forze sane del Paese contro l’imbarbarimento. Solo chela battaglia contro la mafia è più difficile e complessa di quella contro ilterrorismo.

Il PCI e le altre forze democratiche debbono capireche se la lotta contro la mafia non viene assunta come uno dei doveriprincipali dello Stato democratico, come un impegno nazionale di lunga lena, senon si comincia, intanto, a porre un argine nella Piana di Gioia Tauro,identificando mandanti e killer, del delitto Valarioti, facendo puliziaall’interno delle istituzioni. c’è il pericolo, non tanto di perdere unavamposto ma di perdere alla democrazia grossa parte del Mezzogiorno. Anzi, disprecare un’importante occasione per porre su basi nuove e diverse il rapportotra lo Stato e il Mezzogiorno.

I dirigenti comunisti calabresi debbono saper dire chesono gli stessi militanti di base che oggi gli chiedono  di essere cauti e attenti contro la mafia.C’è in tutto ciò la consapevolezza del semi-isolamento in cui si trova il PCIcalabrese nei confronti delle altre forze democratiche locali. Guai se legrandi forze democratiche nazionali, in primo luogo i comunisti, i socialisti,il sindacato, il movimento cooperativo, non riuscissero a rispondere condecisione a questa accorata richiesta di aiuto che viene dalla Calabria”. In Paese Sera cit.