Social Fab Lab : dal capitalismo molecolare alle molecole di comunità. Non solo tecnologia e stampa 3D.

Premessa.
In questi ultimi anni, in piena crisi economica, si fa un gran parlare dei Fab Lab (fabrication laboratory), che in poche parole sono “semplicemente” una piccola officina (o meglio lab-oratorio)  che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale.
I Fab Lab, come sovente accade, hanno preso spunto oltre oceano e sono rimbalzati prepotentemente in Europa, però, a mio avviso, senza tener conto delle specificità economiche, culturali ed antropologiche del vecchio continente.
Nelle righe qui proposte, si prova a tracciare una dimensione nazionale e sociale del fenomeno, cercando di delineare una sorta di frame partecipativo sul quale innescare azioni locali in particolar modo a Roma e Nel Lazio.

Arduino

 

Fablab social: dal capitalismo molecolare al capitalismo di comunità.

Un  FabLab (Fabrication Laboratories) è un luogo dove è possibile costruire qualsiasi cosa.

Sono laboratori di scala ridotta che offrono tutti gli strumenti necessari per realizzare progetti di digital fabrication: cioè, tutte quelle attività che coinvolgono la trasformazione di dati in oggetti reali e viceversa.

Fosse tutto qui sarebbe già molto e  dovrebbe rappresentare una priorità di azione per qualsiasi: governo, sindaco, assessore, presidente ovvero istituzione.

Dietro l’ascesa, ai tempi della crisi, delle iniziative di fablab probabilmente c’è molto altro e molto altro diverrà modificando paradigmi e schemi del sistema di produzione manifatturiero tradizionale ma. Anche e soprattutto, gli item, per come li conosciamo ora, legati alla fruizione della creatività ed alla industria della conoscenza, che è cosa ben più ampia e complessa dell’industria digilale per come siamo abituati a descriverla.

I germogli del” fablabing “ , come sovente accade, non sono in Italia e nemmeno troppo in Europa eppure probabilmente paesi come in nostro ed il territorio comunitario più in generale possono essere terreno fertile per quello che per certi versi può rappresentare nuove forme di capitalismo diffuso.

L’Italia dal boom industriale alla crisi del nord-est, cioè in più di un trentennio di cicli economici, e nonostante le politiche industriali centraliste che nel bene e nel male si sono succedute nel nostro Paese, è stata terra ed  idealtipo di quelle forme di capitalismo che sono state etichettate come capitalismo diffuso o molecolare [1].

Fatta la dovuto premessa, in questo breve documento si tenterà di focalizzare dal punto di vista sociologico e socio-economico, la rilevanza culturale, economica e di innovazione sociale nell’intraprendere iniziative in questo solco e nello specifico nelle realtà di Roma e del Lazio.

 

I lavori ed i saperi al tempo del caos.

L’ossessione del ventunesimo secolo, il “fil rouge”,  la nuova episteme sembra essere quella di voler capire, inquadrare, dare margini e confini alla globalizzazione, ed alla sua naturale, ma apparente, dicotomia tra il locale e il globale.

Il “gioco” sta nel declinare i termini del fenomeno come limes, cioè come limete, ovvero come limen cioè soglia[2]. Il percorso per districarsi nella contingenza della tensione fra globale e locale è quello di sostenere la “tensione” navigando nella “rete” assecondando le onde ed i nuovi percorsi cognitivi attraverso i cui sentieri si diramano nuove forme di lavoro, di creatività, eccetera di nuda vita insomma; dove la globalizzazione tende a ridurre la dimensione dell’uomo come semplice vivente e l’uomo come soggetto politico[3].

Il secolo dell’homo faber[4]  è morto, viviamo un tempo di transizione che è tempo tragico: “del nuovo si intravedono i contorni, del vecchio si subiscono i limiti. Tra i due tempi si avanza errando […] privi di categorie e strumenti analitici per capire dove veramente si sta andando, riemergono visi, immagini e affetti ad animare la propria ricerca[5]”, viviamo il mutamento ma il mutamento stesso ci impedisce di vederlo, di conoscerlo.

In questo senso attraversare, navigare la contingenza significa “significare” quel “tra” che sta fra locale e globale: definendone una terza dimensione, che sarebbe vedremo dopo proprio quella tipica di luoghi come i FabLab, che chiameremo transluoghi[6]  (termine che preferiamo decisamente al tanto abusato e semanticamente confuso Glocale).

In questi termini cercheremo di argomentare l’ “emergenza” dei FabLab come transluoghi, ovvero come  uno spazio eteropico, non stabile, in continua ri-formulazione, coevolutivo ed autorganizzato. Un luogo incerto, nel senso più alto del termine.  Uno spazio tra il  locale e globale,  una terra di mezzo fra i lavori ed i saperi, fra la formazione e lo studio.

Intendere i FabLab come meta-motori dell’innovazione, simulacro dove nasce il nuovo, nel continuo contendersi fra forme e sostanze, nell’incontro- scontro di soggetti e oggetti che (ri-)vivono questo spazio.

I FabLab non come luoghi astratti  ma entità  “fatte di cose”, in cui l’esserci è percepito proprio nell’ “emergenza” del nuovo.

In questo senso luogo antropologico ipermoderno, dove  accettare l’emergere dello immaginato, ri-conoscerlo, ri-produrlo, in poche parole fare il nuovo.

 

Versus FabLab Social Roma.

Tornando allo specifico di Roma e del Lazio tutto questo significa rappresentare, intercettare le forme che assume la creatività messa al lavoro in quella che ormai è divenuta anch’essa una “città infinita”[7].

L’idea di u FabLab social a Roma e nel Lazio deve necessariamente  partire quindi  dalla nuova composizione sociale e dalle  nuove forme dei lavori, dalle funzioni metropolitane al servizio dell’economia dei prodotti e dei servizi ad alto tasso di creatività, dal rapporto tra questi fenomeni nel più ampio quadro delle politiche culturali che possono essere promosse dalle istituzioni locali,con particolare riferimento alla Regione Lazio, Roma Capitale e l’area metropolitana con i che ne fanno parte.

Si tratta di mettere al lavoro la creatività ed i saperi: saper fare, saper trama-andare. Insiste qui un principio duale e virtuoso, una dualità economico – culturale della creatività messa al lavoro.  Ri-definendo il concetto fra produttività e cultura, fra sapere e cultura del saper fare.

Un percorso siffatto apre almeno quattro scenari di approfondimento, con relative azioni da mettere in campo ed analizzare:

  • Impatto della creatività sugli eventi culturali: l’economia dell’esperienza e del loisir e il ruolo degli eventologi nella città infinita ( un agorà tra tutti i soggetti facenti parte della scena creativa del territorio).
  • Impatto giuslavorista: le nuove forme contrattuali, le Partite Iva, la precarietà e tutte le forme in cui si sostanzia la partecipazione dei creativi (in particolare dei più giovani) nel mercato del lavoro . Le nuove forme e frontiere di welfare come le dicotomie fra precariato ed eccellenza. Fra manifatturiero ed artigianato. L’identificazione di nuove categorie con il “softart” gli artigiani del software, della creatività, del virtuale.
  • Impatto sociale/istituzionale: rivisitazione delle politiche culturali degli enti locali, con particolare attenzione a ciò che accade, o dovrebbe accadere, nei piccoli comuni della provincia. Una possibile suggestione, in tal senso, potrebbe essere una futura alleanza di tali comuni in funzione di politiche culturali pensate in un ottica di sistema e nella creazione di aggregatori/incubatori FabLab.

 

Così inteso un FabLab è social in quanto contribuisce a ridefinire i confini della “produttività” intesa non nella semplice declinazione economica. Come detto, dal punto di vista sociale, i FabLab possono essere meta-motori dell’innovazione; un esempio per tutti, come risposta “emergenziale[8]” alla obsolescenza del nostro sistema educativo . Senza trascurare la dimensione di recupero e decoro delle aree urbane dismesse o di una nuova visione poli-centrica dell’abitare e del produrre.

Recuperare dando nuova vocazione a stabili a-vocati. Questo cimento significa creare condizioni, possibilità ed identità.

Tutto ciò potrebbe rappresentare la base inizio della transizione di Roma da città della burocrazia a “città aperta”, internazionalizzata, che ha assuma una identità e, in parte, un richiamo da città-mondo, in un modello che vede attori anche le diverse  capacità delle istituzioni locali di fare coalizione e di coinvolgere all’interno del processo anche i player protagonisti, nel bene e nel male) del potere economico della città. In questo senso il ruolo delle istituzione e della “buona politica” può essere quello di facilitare ed accompagnare un percorso di rottura della polarizzazione tra centro e periferia . In questo senso, diventa centrale interrogarsi sul rapporto tra la città e la sua area metropolitana, che diviene fondamentale bacino di “racconto” ed analisi della transizione in atto.

A livello economico, ad esempio, è sul territorio metropolitano (nei meandri della città infinita) che meglio si interpreta  l’impatto della destrutturazione della globalizzazione, così come, allo stesso modo, i percorsi più virtuosi, ad esempio quelli di rapida transizione verso il terziario dei saperi e della ricerca. Allo stesso modo, è in “periferia”  che acquista spessore il rapporto delle nuove comunità locali, della società dell’immigrazione in formazione e degli “svantaggiati”. In queste frange di nuova popolazione che si riscontra una propensione all’imprenditoria, in particolare nell’artigianato e nel commercio, ma anche situazioni complesse in cui si registrano situazioni di grave disagio in relazione ad una composizione sociale, in veloce e profondo mutamento, laddove, più che altrove, si registra infatti quella condizione di espansione metropolitana incontrollata e disordinata, potenzialmente generatrice di gravi situazioni di anomia urbana. In tutto questo, il ruolo della provincia sta nel concorrere a minimizzare l’impatto destrutturante dei flussi dello spazio competitivo globale sull’identità territoriale.

In questo contesto fare FabLabing significa provare a fare nel territorio che si amministra o che si abita una  “metropoli dolce” che si caratterizza per il suo continuo stratificarsi sui modelli ed esperienze precedenti, in un percorso che crea senza distruggere, che cambia senza rivoluzionare, che tramanda senza tradire (semmai traduce ducere trans), che innova senza cancellare.

E’ del tutto evidente che il contesto difforme nel quale si andrebbe ad operare rappresenta uno svantaggio da trasformare in opportunità. In particolare, l’immagine di Roma Capitale  è stata solo di rado forma di conoscenza e, molto più frequentemente strumento per “imbrigliare” la realtà o incanalarla in precise direzioni, legittimando ruoli e modelli di intervento, anche i più disparati.
Questa  mancanza di uniformità, del resto, risulta perfettamente coerente con la realtà territoriale romana che alterna, tratti di incompiutezza – di un’indeterminatezza che può arrivare fino all’indistinzione – ad elementi di definitezza, in una spirale di ambiguità e dis-velamento di sé, costantemente ri-vitalizzata dall’interno perché considerata “fisiologica” ed orgogliosamente esibita  quale tratto distintivo, riconfermandosi in modo speculare dall’esterno.  Di più, si crea un meccanismo perverso: il senso di radicamento (la città eterna, la “romanità”, il caput mundi ) gioca un ruolo fondamentale nell’innescare il processo di indifferenziazione così come accade nell’immagine che ci arriva dall’esterno e ne è insieme causa ed effetto. L’immagine di rimando è quella di un territorio che desta di frequente sospetto, inquietudine, angoscia, quasi un senso di soffocamento. Quella romana è una realtà vischiosa, che trascina ma avviluppa anche chi la vive, la osserva, la pensa e dentro la quale può affondare. È un luogo che suscita impressioni estreme: si può rimanerne ammaliati, essere conquistati dai suoi contrasti, affascinati da quel senso di vago e di incompiuto che il territorio presenta quasi ovunque e di converso  essere storditi dalle mancanze, dalle incongruenze, dalle sue  sporgenze  che si sottraggono ad ogni tentativo di “incasellamento”.

In questo contesto dato, come detto, intraprendere FabLab significa intraprendere un’azione di sistema che non solo risponda a precise esigenze economiche e di innovazione in termini di prodotto, di processo, di saperi e come ribadito culturale;  ma crei il sub-strato per una nuova forma di capitalismo molecolare, re-inventato e re-distribuito. Un capitalismo  anche “polverizzato” ma di molecole nuove e creative, capaci di innescare processi ri-corsivi (“autopoietici”?) che contribuiscano a delineare nuove identità comunitarie. Una nuova forma di  capitalismo diffuso ed allo stesso comunitario; che è poi è semplicemente quello che stanno  innescano la diffusione delle nuove tecnologie intelligenti (smart) nei processi di produttività e nella produzione stessa.

In questi termini parlare di comunità e di fare comunità, vuol dire discutere di luoghi, tempi e spazi di rappresentazione di un’identità condivisa, di strumenti di espressione e di produzione, significa parlare di bisogni, affinità, interessi, costruiti nel presente con una proiezione nel futuro, con l’audacia e la risolutezza che la progettualità può dare, una progettualità che è un gettarsi verso l’ignoto (dal lat. projàcere, gettare avanti), affrontando le incognite e le insidie che ogni nuova sfida prevede.

Questo deve essere il capitale di dotazione di un social FabLab: interpretare la produttività e le nuove forme di lavoro attraverso il saper fare comunità.

Gli interessi condivisi e la progettualità partecipata “emergono” all’interno di un sistema relazionale codificato e complessificato, ma non necessariamente strutturato, che affida lo spirito ed il senso dell’identità comunitaria ad una rete di reciprocità e di scambi che generano, disfano e ri-generano le forme di condivisione senza, tuttavia, costruire apparati definitivi e senza tracciare confini netti con gli spazi della non-comunità o delle comunità altre. Un FabLab è un luogo antropologico produce e che connette allo stesso tempo.

In buona sostanza, così inteso, il social FabLab è un sistema relazionali, prima ancora che un luogo fisico, fatto di rapporti di cooperazione e competizione, dove si creano all’interno ambiti di specializzazione con l’obiettivo di costituire unità funzionali – di natura transitoria o permanente – all’interno delle quali i singoli si modificano insieme, secondo una logica co-evolutiva.

Il faBLab social si deve proporre come integratore delle 3 T della new economy (Tecnologia-Talento-Tolleranza), del territorio da ripensare e della tenuta dell’ecosistema. Tutto questo nel contesto non agevole di un declino dei ceti medi e di mercato (professionisti, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori) e con la perdita di identità della middle class  deflagrata fra vecchi sistemi di welfare e depauperamento della classe borghese dicotomizzata nei pochi passati in upper class e nei tantissimo che non sono riusciti a reinventarsi come neo-borghesia[9].

In questo contesto le 3 T quindi devo necessariamente soppiantare il vecchio schema economico delle 3C: campanile-comunità-capannone , ed in questi termini i fablab nella loro coniugazione “social” possono re-inventare attori e processi di questo percorso, di questa comunità costituenda.

Percorsi e buone pratiche iniziano a germogliare in Italia, accanto ai FabLab Italia  alle Officine Arduino, ovvero il Frankestain Garage a Milano, si intraprendo percorsi similari come non ultimo il festival “Comodamente” a Vittorio Veneto, dove già i anni fa si pose  il tema, anticipando la crisi, del riuso e della riprogettazione dei capannoni abbandonati, per poi passare al riprogettare l’abitare e il vivere la pedemontana veneta come asse di un’area in divenire, nel suo configurarsi in “geocomunità” (trans luogo) con meno capannoni, centri commerciali, villette a schiera e più manutenzione dei centri storici e della qualità della vita generale; dove nell’ultima edizione, ad esempio, si sono creati una miriade di micro eventi, chiamando a partecipare tutta la città, giornate di saperi interroganti sul come portare i fondamentali, la terra e il territorio. Ed in questo contesto artigianale e di saperi un ruolo determinante non può non averlo anche l’artigianato alimentare e le filiere del gusto: per rimanere a Roma basti pensare al Trapizzino : un prodotto di street food nato nella capitale, che riunisce tradizione ed innovazione culinaria in un mercato metropolitano come quello dei prodotti alimentari da passeggio; unendo quindi tradizione, innovazione e diffusione mantenendo le prerogative di arte-fatto  di prodotto artigianale, dove la conoscenza (in senso generale) rappresenta il valore olistico del prodotto. Ancora sul tema andrebbero citate ovviamente tutte le iniziative del Salone del Gusto (fra l’altro simbolicamente, e probabilmente inconsapevolmente,  collocato a ridosso del grande mercato di Portaportese) ovvero il grande successo, anche commerciale e non solo, di Eataly Roma che rappresenta ormai un luogo ri-conoscibile al di là di tutti i non-luoghi che ingloba e trasporta ridefinendoli in termini di qualità (alti cibi è addirittura lo slogan), prossimità e fruibilità.

Ed allora un social FabLab a Roma significa I saperi, la conoscenza e la cultura sono nodi di reti che alimentano una nuova composizione sociale sui territori diffusa nelle attività produttive in generale, nell’artigianato ipermoderno in particolare (soft-art). Laboratori che possano coinvolgere l’alta formazione con l’alta sapienza (la tradizione artigianale) e le nuove forme di produzione e processo. Si tratteggia così un scenario sociale in grado  di ri-qualificare anche il paesaggio e la bellezza del territorio, non solo come conservazione e riuso ma puntando al risparmio di suolo, sin troppo mangiato dai costruttori, la bonifica delle aree dismesse e la loro riprogettazione, le vecchie stazioni abbandonate e gli spazi una volta deputati al dopolavoro.

Ci sono posti, transluoghi, che possono divenire microcosmi. Ci sono microcosmi più microcosmi di altri, che assumono senso e significato per i territori che animano. Cosa sono le “smart cities” se non questo: turismo di qualità, agricoltura di eccellenza, reti lunghe di logistica e di saperi e impianti industriali compatibili con il territorio, green economy.  Il FabLab può essere un nodo d’eccellenza di una “smart area” creando comunità ed innovando processi, prodotti e relazioni.

 

 



[1] Capitalismo molecolare vuoI dire Nord Italia: 67,9 imprese per ogni 1000 abitanti, con una media di 4,9 addetti per impresa. Solo il 18,5% è costituito da aziende manifatturiere e, sul totale di queste, il 13,7% sono imprese di servizi alle imprese. Sfatando molti luoghi comuni l’indagine di Aldo Bonomi illustra, attraverso una documentazione statistica in gran parte inedita, come grande fabbrica e pubblica amministrazione occupino una parte ormai ridotta del “popolo dei produttori” del Nord. E quanto questo nuovo capitalismo abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse del lavoro. Composto da situazioni difformi (Bonomi ne individua sette), il Nord è un arcipelago di contraddizioni e conflitti fra territori e sistemi produttivi. Ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla globalizzazione mentre altre si caratterizzano come “zone tristì”, escluse dalla modernizzazione. C’è il Nord padano, forte di risorse industriali e ambientali, e naturalmente l’ area del sistema urbano -industriale (Milano, Torino, Genova), accomunata dal tentativo di ridefinirsi come company town o metropoli del terziario. Un sistema, quello urbano -industriale, che si avvia a essere rappresentato, più che dai suoi occupati, dai suoi pensionati, prepensionati e cassintegrati. [cfr. Albo Bonomi, Il Capitalismo Molecolare, Milano 1997 Enaudi]
[2] “Confine” è parola che deriva dall’aggettivo latino confīnis che significa “confinante, vicino, limitrofo”, parola a sua volta composta da cum + fīnis: quest’ultima parola indica propriamente “limite, contorno”, letteralmente “frontiera”, ma anche “scopo, intendimento”. Il termine finis al plurale acquista una sfumatura semantica che conferma questa tesi perché fines, ium significa “confini”, quindi “territorio, paese, terra”.
Il termine “limite” è altrettanto rivelatore dell’idea di luogo, spazio: è parola che deriva dal latino līmes, itis che significa “limite, confine”. L’origine è osca (liímítú) e semanticamente corrisponde all’accadico limītu (limite, perimetro): la voce latina, in realtà, è stata risentita come composta dalla stessa base di limītu ma sempre nel significato di “spazio di confine, dintorni, ciò che cinge, circonda”.
Accanto a questa parola se ne può, forse arditamente, affiancare un’altra, che non ha una vera e propria parentela etimologica con quella ma un probabile legame semantico: è la parola latina līmen, inis che è la “soglia”.
Nel tentativo di sciogliere la dicotomia globale/locale è utile affiancare a questa preliminare analisi del concetto di locale, contrassegnato dall’idea di “luogo”, un’indagine sul concetto di globale, che, parallelamente, dovrebbe essere contrassegnato dall’idea di “non luogo”, in modo che si renda evidente che l’uno non è affatto l’opposto dell’altro, non è un rapporto dialettico; piuttosto la loro è una relazione di coevoluzione. [ cfr. Giuseppe Orefice, Rapporto scuola superiore Majise, Rende 2001]
[3] Cfr. Giorgio Agamben ; Walter Benjamin .
[4] Il secolo dell’homo faber è il Novecento secondo Revelli nel volume “Oltre il ‘900”.
[5] christian marazzi, Il posto dei calzini, Bollati Boringhieri 1999.
[6] In questa ottica individuiamo una dimensione terza: il transluogo.
Il transluogo è un luogo antropologico. Il tra è inteso qui a definire il limen, la soglia che delimita globale e locale e che al tempo stesso li ingloba e li accorpa come dimensioni che si compenetrano. La soglia varca il limite, lo supera e lo rimodula continuamente. Tuttavia un termine più adatto a tradurre il passaggio dal limes al limen è il latino trans, che invece suggerisce proprio il superamento dei limiti, l’oltre, e la parola tradurre, nel suo significato di ducere trans, di condurre, di guidare attraverso, al di là, diventa la parola chiave della nostra indagine. Transluogo, allora, sostituisce altri termini, come glocale, che sembrano suggerire piuttosto una dimensione sintetica o, al più sincretica, mentre qui si vuole suggerire una visione sistemica dove per mezzo delle parti si ha “quel di più”, quel tutto che esiste proprio in funzione e “attraverso” le parti stesse.  [ cfr. Giuseppe Orefice, Rapporto scuola superiore Majise, Rende 2001]
[7] Termine col quale Alberto Abruzzese, Albo Bonomi ed altri definiscono la città di Milano e la sua area metropolitana, ove , fra laltro, non esiste soluzione di continuità (nemmeno geografica) nelle forme di organizzazione della vita sociale e produttiva. Per approfondimenti: A. Bonomi A. Abruzzese “ La città Infinita”  2004 B. Mondadori, Milano. A.Bonomi , La città che sente e che pensa. Creatività e piattaforme produttive nella città infinita, 2010 Mondadori Electa.
[8] L’emergentismo in questo senso è “quel qualcosa” (concetto, azione, oggetto se vogliamo) per cui si attesta l’emergenza, la necessaria utilità diremmo, ma è altresì ricorsivamente “emergente” nel senso che sgomita per essere soggetto, affiora, emerge, si impone.
[9] Bonomi, Cacciari, De Rita, Che fine ha fatto la borghesia? , Enaudi.