Golem Ict: Speciale Protezione civile. Servizi a costo ridotto per tutte le zone a rischio sismico.

Dinnanzi alla sciagura del terremoto che ha colpito la nostra Italia centrale, come purtroppo sovente accade in questi casi, ci siamo chiesti, anche al interno delle nostre aziende, quale può essere un contributo fattivo oltre alla mera solidarietà ed al contributo economico per affrontare l’emergenza immediata.

E molto hanno fatto riflettere le parole di Papa Francesco e soprattutto del vescovo di Rieti Domenico Pompili che durante l’omelia ha espresso con forza che non è il sisma a fare le vittime ma le “opere dell’uomo”.

E’ chiaro dunque che nel nostro, se pur bellissimo Paese, serve un nuovo modo di costruire e ristrutturare le abitazioni pubbliche e private, ma soprattutto serve mettere in atto e rendere efficaci ed efficienti tutti gli strumenti di prevenzione e gestione delle emergenze che pur ci sono ma sovente non vengono attuati ovvero messi a regime per ignavia ma anche sovente per mancanza di fondi e formazione adeguata.

Golem Ict, assieme al suo storico partner sui servizi territoriali GeosLab, ha deciso di provare a dare un fattivo contributo in tal senso. Le nostre aziende da anni si occupano di aiutare e formare gli Enti locali nella redazione e nella messa in funzione dei Piani di emergenza comunale della Protezione civile, e da qualche anno è stato sviluppato un portale per i comuni dedicato a tale programma, un vero è prorio (Sit)  Sistema Informativo territoriale per la gestione degli eventi di Pronto Intervento nell’ambito del programma di Emergenza di Protezione Civile.

Golem e GeosLab hanno deciso che  su questi due fondamentali servizi in materia di prevenzione, come su tutti gli altri prodotti e servizi relativi al controllo idrogeologico del territorio, di applicare una scontistica sui propri listini ( rinunciando sostanzialmente al margine di profitto) del 50%  per tutti i comuni e territori a forte rischio sismico del Paese.

Sappiamo che questo è solo un piccolo contributo nella messa in sicurezza del nostro territorio, ma siamo altresì convinti che se tutti facciamo la nostra parte questa sfida si può vincere.

Dott. Giuseppe Orefice
Ceo Golem Ict

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Piano di Emergenza Comunale – Portale Protezione civile.

Golem Ict in collaborazione Geoslab srl, azienda leader nei servizi cartografici e georeferenziati,  ha realizzato un Sistema Informativo per la gestione degli eventi di Pronto Intervento nell’ambito del programma di Emergenza di Protezione Civile. La piattaforma è uno strumento avanzato di pianificazione territoriale incentrato sul caricamento automatico e dinamico di tutte le «informazioni» utili per una corretta gestione e diffusione delle informazioni riguardanti il Piano di Emergenza Comunale.
Il sistema è stato concepito traendo spunto dai Piani di Emergenza di Protezione Civile (Comunali e Provinciali) e, ad oggi, permette l’interazione tra informazioni sulle risorse disponibili, sugli eventi in corso e sulle caratteristiche del territorio.
Per la componente comunicazione e divulgazione la piattaforma è fruibile in modalità WEB: i dati dei piani di emergenza saranno accessibili da tutti i cittadini, mentre le sezioni di pianificazione e di gestione delle emergenze saranno riservate ai relativi utenti designati dal comune. Il sistema è in grado di gestire l’ anagrafica (risorse umane, mezzi e attrezzature, aree di emergenza, strutture ed infrastrutture strategiche), i piani di emergenza, la gestione degli eventi, gli scenari di intervento.

Inoltre Golem si propone un servizio ad alto valore aggiunto in ausilio agli Enti che debbano provvedere alla redazione del Piano di Emergenza Comunale.

La legge n. 100 del 12 luglio 2012 prevede che entro 90 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento i Comuni approvino il piano di emergenza comunale, redatto secondo i criteri e le modalità riportate nelle indicazioni operative del Dipartimento della Protezione Civile e delle Giunte regionali.

Un piano di emergenza non è altro che il progetto di tutte le attività coordinate e di tutte le procedure che dovranno essere adottate per fronteggiare un evento calamitoso atteso in un determinato territorio.

Il piano d’emergenza recepisce il programma di previsione e prevenzione, ed è lo strumento che consente alle autorità di predisporre e coordinare gli interventi di soccorso a tutela della popolazione e dei beni in un’area a rischio. Ha l’obiettivo di garantire con ogni mezzo il mantenimento del livello di vita” civile” messo in crisi da una situazione che comporta gravi disagi fisici e psicologici.

Il Piano di Emergenza è il supporto operativo al quale il Sindaco si riferisce per gestire l’emergenza col massimo livello di efficacia.

Posto che solo attraverso una precisa distribuzione di sforzi volti a conoscere le vulnerabilità territoriali ed antropiche,e ad organizzare una catena operativa finalizzata al superamento dell’evento, il Sindaco disporrà quindi di un valido riferimento che determinerà un percorso organizzato in grado di sopperire alla confusione conseguente ad ogni evento calamitoso.

La prevenzione e la tecnologia al servizio delle comunità.

Un’altra innovazione è possibile. Per un asse Roma Milano. (Articolo di Aldo Bonomi sul Sole),

Nella Capitale se si scava sotto la coltre della crisi politica, si capisce come a contatto con una metropoli la cui globalità non sta nelle reti del capitale ma nella densità del patrimonio e nel potere istituzionale, in questi anni sono nate reti, laboratori di economia e lavoro condiviso, tentativi di costruire economie di quartiere sui beni comuni, che hanno ingaggiato un corpo a corpo con i processi di disgregazione sociale.

Quil’innovazione sociale ha più forti i geni dell’auto-produzione di beni, servizi e dello spazio urbano. Dal Fablab della Garbatella all’esperienza delle reti metropolitane dei coworking alla Millepiani alla” rete della rete” come CoRete, c’è un pezzo di Quinto Stato dell’economia cognitiva che si pone l’obiettivo ambizioso di rigenerare il tessuto sociale della città: un civismo urbano che, potenzialmente, potrebbe unire Roma a Milano.

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Genazzano una mail per il Ninfeo Bramantesco: bellezza e cultura per la rinascita dei territori.

ninfeo_1L’Amministrazione Comunale, in collaborazione con le realtà associative genazzanesi, sta promuovendo una mobilitazione straordinaria per segnalare il Ninfeo Bramantesco di Genazzano all’iniziativa: Bellezza@governo.it .

L’Amministrazione, guidata dal sindaco Fabio Ascenzi, invita tutti i cittadini, gli amanti dell’arte e della cultura,  i visitatori  del caratteristico borgo in provincia di Roma ad inviare entro il 31 maggio all’indirizzo bellezza@governo.it una mail con oggetto “Ristrutturazione e recupero Ninfeo Bramantesco Genazzano (Lazio -prov. Roma)”.

Questa occasione sarà anche una ulteriore possibilità per richiamare nuovamente l’attenzione delle istituzioni superiori sulla necessità di interventi di ristrutturazione e valorizzazione  dello splendido  Ninfeo,e  sui progetti già presentati in questi anni e per aprire un percorso di partecipazione pubblica insieme con esperti, tecnici e cittadini sulle diverse ipotesi progettuali che lo hanno visto protagonista.

 

Il Ninfeo.

Sorge su quello che era il “Giardino Vecchio” del castello, e fino al XX secolo si riteneva fosse di origine romanica o dell’Alto Medioevo.

La datazione è incerta e non documentata: forse fu costruito tra il 1501-1503 sotto il papato di Alessandro VI Borgia il quale lo abbellì e fortificò; o più probabilmente fu eseguito su commissione del cardinale Pompeo Colonna al Bramante tra il 1507-1511. Quest’ ipotesi non è comunque avvalorabile con certezza; infatti non esistono documenti ma solo affinità stilistiche tipiche come le tre grandi serliane e i conchiglioni a decorazione degli absidi che fanno pensare all’impronta bramantesca.

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La scelta dell’ordine tuscanico nel Ninfeo e anche nel Castello Colonna è stata operata in piena coscienza, in linea con una forte tendenza della prassi contemporanea. Infatti già nei primi due decenni del XVI secolo il toscano-dorico viene considerato l’ordine più adatto alle architetture extraurbane. La storia della famiglia Colonna suggerisce anche un’altra ipotesi, più politica. L’uso di quest’ ordine può essere un riferimento alle origini del nome della famiglia. Infatti Pietro de’ Columna, conte di Tuscolo è il capostipite della famiglia. L’appellativo de’ Columna, attribuito per la prima volta a Pietro, nasce dalla vicinanza della colonna Traiana alla sua residenza romana. L’ordine della colonna traiana è riconosciuto come tuscanico sia dalla cerchia del Sangallo che da quella di Raffaello.
Dalle ricerche condotte sui materiali e tecniche costruttive, il Ninfeo risulta costruito in due fasi distinte con relativo cambio di progetto e destinazione d’uso.
Inizialmente concepito come padiglione estivo, impostato sullo schema della basilica di Massenzio e dei frigidarium delle terme romane, si presenta come un piccolo complesso di ambienti dove era possibile passeggiare, incontrarsi, studiare, discutere. Il complesso fu concepito certamente come luogo di rappresentazione teatrali e di feste pubbliche. Prova di ciò è la presenza dei molti vasi in argilla, aventi funzione acustica murati nelle pareti della zona rialzata, in modo da creare una sorta di camera acustica.
L’aggiunta della sala ottagana con piscina circolare gli conferisce la funzionalità di piccolo impianto termale, riprendendo in questo esempi quali le palestre delle terme di Diocleziano ed il recinto esterno delle terme di Caracalla. L’inserimento della piscina circolare può essere giustificato dalla malattia di Pompeo Colonna, la bulimia, che al tempo si curava anche con bagni caldi.


L’edificio non è mai stato completato, forse a causa di avverse situazioni politiche della famiglia colonna, o perché durante la sua costruzione venne danneggiato e quindi abbandonato, decadendo in seguito a causa del ruscello ad esso limitrofo.

Fino a pochi anni fa, il Ninfeo ha ospitato di nuovo rappresentazioni teatrali e spettacoli di danza che lo hanno riportato indietro nel tempo risvegliandone la musica e i colori.

Vomitellum

Ormai di sovente non sono d’accordo con le varie posizioni che vengono palesate sui media ed in Aula dal Partito Democratico​ . Oggettivamente la legge elettorale che ci si appresta a varare è vomitevole e riscia anche effetti che lo stesso Matteo Renzi​ sembra sottovalutare. Detto questo, questa cosa della fiducia io non la capisco proprio, ne da chi la impone ne da chi non la vota.
Ricordo bene fra l’altro come Pierluigi Bersani | Pagina Ufficiale​ , Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre e molti altri, fino a pochi mesi fa, usavano la “Maggioranza” e i voti in Direzioni cammellate come una clava. Ricordo, e condividevo allora come adesso, quando mi si ricordava che in un partito come il Pd funziona così e che l’organizzazione che ci siamo dati fosse un presupposto necessario ad una aggregazione moderna ed europea. Bene adesso finalmente sapete anche voi l’effetto della clava sulle vostre idee e giuste rivendicazioni e battaglie. Di tutto il non fatto da Matteo Renzi, Maria Elena Boschi​ e via discorrendo, quello che mi dule di più è  che, come sopsettavo, la rottamazione era solo un riciclaggio e che la rivoluzione del merito erano e sono soltanto parole al vento. Personalmente finchè resisto rimarrò nel Pd, aspcicando rottamazione e merito. Ed aspicando che alcuni esponenti della minoranza finalmente cedano al proprio egoismo generazionale lasciando il posto ed il passo ad una o più generazioni a cui francamente fanno da tappo da troppo, troppo tempo.

Matteo non sei fatto per vestire la Garibaldi. (#Renzo)

Premessa.

In questi giorni i media irrimediabilmente ti costringono a pensare al Pd.

Vorrei proprio non farlo, perché ultimamente non credo di condividere più nulla o quasi sia con la maggioranza che con l’opposizione del e nel partito.

Non capisco e non comprendo i vari Dem: AreaDem, SinDem, NoiDem, Dem Dem … l’unica corrente del partito democratico che credo mi rappresenti ( e che sono convito sarà presto maggioranza) è quella della SINDEM. L’ho trovata per caso su internet ed ho capito che se voglio restare nel Pd devo aderirvi subito e far aderire più compagni possibili. La SINDEM la trovate, come avrà fatto sicuramente Gianni Cuperlo quando ha scelto il nome della sua corrente  all’indirizzo: http://www.sindem.it  (Società Italiana Neurologia delle Demenze).

Questa ovviamente non è una coincidenza; questa ovviamente non è casualità. Al massimo è causalità.

 

Boschi e Foreste.

Le Leopolde, le Cgil, il Renzo, face book con quel suo “ a cosa stai pensando? “   e non ultima Maria Elena Boschi  ( di cui spero di essere ancora amico) con quel suo cognome lì … a me tutto questo mi fa venire in mente però la squadra anglosassone per cui faccio il tifo. Associazioni mentali proprie da esponente (paziente) della  SinDem.

Si lo ammetto invece del gosStatua-Cloughsip ovvero delle riforme istituzionali  la Boschi mi fa pensare al mitico Nottingham Forest ! (nome omen).

Beninteso anche la Camusso in questi giorni mi fa pensare al Forest. Ma più di tutti mi ci fa pensare il nostro #Renzo. Perché l’unica cosa che mi viene in mente sballottato fra la rete, la tv e le radio è l’esclamazione al pub che i tifosi del Nott’m riservano ai propri beniamini quando sono incazzati: “They’re not fit to wear the Gari­baldi”.

“Questi non sono degni di vestire la Garibaldi” la traduzione appropriata, anche se in realtà sarebbe questi non sono ” fatti” .

Perché tifo Forest.

Quella del Forest è una bella e lunga storia:   la maglia “rosso Garibaldi”, come recita lo statuto del Club, è solo uno dei tanti motivi per cui da ragazzino mi appassionai alla squadra di Robin Hood.  Un altro dei motivi principali è che i suoi tifosi sono operai ( si per chi non ci credesse anche in Inghilterra esistono ancora gli operai). Perché è la squadra dei vecchi  minatori. Perché è la squadra che vinse il campionato appena neopromossa. Perché ha vinto due coppe dei Campioni pur avendo vinto un solo scudetto: unica in Europa, come unica in Europa ad aver militato in terza serie con un palmares del genere. (ci sarebbe potuta riuscire pure la Juve se solo la giustizia sportiva in Italia funzionasse). Perchè il Nott’m ha una sala di ritrovo che si chiama Robin Hood e una sala stampa che si chiama Giuseppe Garibaldi. Tifo Forest perché se oggi il mitico Arsenal ha quei colori lo deve alle maglie ed al pallone  inviate da due giocatori del Nott’m ad un gruppo di lavoratori che volevano mettere in piedi una squadra di calcio.

What left of left .

Personalmente non so cosa è ancora di sinistra e cosa no. Non so nemmeno se la squadra del Nottingham Forest è di sinistra per come la intendiamo noi.  So che il loro allenatore e profeta Brian Clough era un socialista che aveva attivamente supportato e finanziato i minatori locali in sciopero negli anni ottanta. So che il Forest è un simbolo per molti lavoratori.

Non credo che il calcio debba essere legato alla politica e non credo che la politica faccia bene al calcio, ma credo che il calcio possa veicolare ancora qualche valore.

Credo di potermi ancora definire socialista e quindi dedico quest’articoletto a Matteo, sicuro che non lo leggerà mai e, mi perdonerà se ho usato il suo nome per parlare di due cose a cui tengo molto il Forest e la sinistra.

Queste poche righe le ho buttate giù per non pensare troppo al Pd e per diffondere un messaggio a tutti i socialisti italiani: Forza Forest!

 

Per chi volesse approfondire qualcosa sul mitico Forest:

http://www.nottinghamforest.co.uk/

http://www.nottingham.ac.uk/~ccznffc/NFFC.html

 

 

 

 

 

Il paradosso della siringa.

Premessa.

Paradossi. Tutto inizia con la caduta del governo Berlusconi e l’avvio dei governi delle larghe (dis-) attese fino alle “svolte”, buone o meno dipende dai punti di vista, dell’era Renzi.

Dall’ascesa della Lega Lombarda, che passa da tangentopoli alle stragi di mafia ed alla famigerata trattativa fra, almeno una parte, dello Stato e le  organizzazioni criminali, si è arrivato al disfacimento della Lega Nord e si è assistito, con notevole spreco di carta, inchiostro e meningi di autorevoli esperti e politologi alla parabola del Federalismo incompiuto all’italiana.copertina

La curva del federalismo, sotto le istanze politiche leghiste ma anche e soprattutto rispetto alle giuste esigenze territoriali delle “aree  tristi” del Nord del paese, ha preso avvio dal “regionalismo spinto ai limiti del federalismo” di Achille Occhetto allora segretario del Pds alla guida della fallimentare gioiosa macchina da guerra che andò in frantumi contro il primo, dei tanti, periodi berlusconiani.

Le istanze federali e la necessità di dar al Paese un nuovo assetto istituzionale, territoriale e costituzionale ebbero il loro acme con la (prima) grande riforma della costituzione, approvata a maggioranza strettissima in una delle parentesi governative di centro sinistra, che si sommava ad un’altra serie di deleghe passate al sistema periferico negli anni e prima fra tutte l’organizzazione del sistema sanitario nazionale su base regionale.

La parabola federale, anche in virtù della moltiplicazione della spesa pubblica generale con l‘esplosione delle bolle sanitarie in quasi tutte le regioni italiane, nonché una miriade di scandali e ruberie (basti pensare al Batman Fiorito in salsa ciociara) , con l’avvento del governo Monti prima e con le larghe intese lettiane successivamente tocca il suo punto più basso. Si assiste alla quasi scomparsa delle sollecitazioni federali ovvero ad un ritorno ad un nuovo centralismo nazionalista. Tutto questo in primis perché la parabola federale, infondo, ha seguito pedissequamente le sorti elettorali della ascesa e caduta del leghismo, adeguatosi pienamente ai vizi ed alle consorterie della tanto vituperata “Roma ladrona”, ma probabilmente perché in ultima istanza l’Italia è si un paese di campanilismi ma non è ontologicamente predisposto ad una organizzazione federale in cui ci sono, in vero, molti diritti e possibilità di scelte autonome, ma anche molti doveri di governance e una serie di pesi e contrappesi che salvaguardano l’identità,  le funzionalità e la solidarietà dei “ sistemi paese” delle nazioni ad organizzazione federale.

La crisi economica devastante e senza fine, ha fatto il resto ed i federalismo all’amatriciana della moltiplicazione dei centri di costo ha impattato sul muro della recessione e delle politiche di contenimento della spesa pubblica.

Il Governo attuale sta provando, come infondo hanno dichiarato tutte le accozzaglie politiche che si sono succedute negli anni a Palazzo Chigi, a ridisegnare una volta per tutte (?) l’organizzazione dello stato e non per ultima una nuova e più forte rivisitazione del titolo V della costituzione. Mentre si scrive, sono state cancellate definitivamente le Provincie (almeno sembra) e si sta tentando di abolire il Senato, almeno come camera elettiva, trasformandolo in una camera ( di compensazione?) federale o territoriale che dir si voglia.

Di federalismo o di stato federale sembra non volerne parlare più nessuno, al più oggi si è costretti a confrontarsi con folcloristiche prese di posizione di gruppi scissionisti, ovvero bizzarri tentativi di indire referendum secessivi o annessioni di singole regioni ad altri stati europei; su quest’ultimo punto non mi soffermerei più di tanto, ma, mi ha sempre incuriosito quale possa essere il reale vantaggio a passare da essere territorio trainante, nel bene e nel male, di un paese come l’Italia ad essere enclave della Prussia piuttosto che dell’Austria. Poi mi sfugge ancor di più, a dir il vero, come l’antieuropeismo più intransigente, dissipato in feroci critiche all’aguzzina cancelliera Merkel ed all’Europa dei burocrati, possa essere coniugato con la volontà di essere ammessi a far parte delle nazioni più burocratiche, più eurocentriche, più ortodosse e soprattutto di fatto colonie tedesche della cancelliera di Berlino. Evidentemente il 1848 è davvero un ricordo sbiadito sui libri di storia.

Italia si, Italia no.

Ho sempre trovato geniale la definizione di quella banda di intellettuali tesi che definiva il nostro paese come: Terra dei cachi.

Chi scrive, è ancora un federalista convinto. Chi scrive ritiene che non ci sia mai stato in Italia alcun reale spunto ovvero tentativo politico seriamente ascrivibile a definire un paese federale.

Il declino sociale ed economico di questo Paese, come detto, è cominciato negli anni novanta, testimoniato dal fatto del tutto incontestabile che l’Italia scivola sempre più in giù in qualsiasi classifica internazionale; sia strettamente economica, che culturale, che sociale o anche solo da immaginario collettivo internazionale: da pizza, sole e mandolino, simulacri infondo quanto meno di bel Paese e bella vita, si è passati ad una immagine internazionale di nazione con problemi insormontabili e irrimediabilmente destinata al disfacimento,  morale, economico e culturale. Una nazione in frantumi come le mura delle case romane di Pompei.

CertItalia Appesao mai rimpiangere gli anni spensierati, l’origine di tutto ciò, gli anni da bere, gli sfavillanti anni Ottanta. Quel periodo di “vacche grasse” come le definiva il presidente del Consiglio di allora, sono stati anni in cui una ovvero due generazioni hanno dilapidato sull’altare del proprio egoismo il patrimonio economico, culturale e morale dei propri padri e nonni, e dei propri figli e nipoti. Ho sempre ritenuto il berlusconismo come la riproposizione aggiornata e corretta del craxismo; o meglio ancora ritengo che il tutti e due siano, in continuità, il periodo che proprio Bettino Craxi ha avuto modo di definire con la migliore delle affermazioni: “l’era della videocrazia”; così apostrofava l’ex segratario del Psi la stagione che aveva dinnanzi mentre testimoniava al processo mani pulite dinnanzi all’allora pubblico ministero Di Pietro. Solo che Craxi si definiva vittima della  videocrazia mentre in realtà ne era artefice e mentore di quella che in realtà era piuttosto: “l’era della videocraxia”. Ritengo che questa stagione sia alla sua conclusione, ma certo non conclusa, è prova provata ne è il simulacro che rappresenta un “vincitore” della ruota della fortuna Presidente del consiglio dei ministri. Un vincitore perché è l’era in cui conta essere vincenti, avere la mentalità vincente, attuare la vittoria.  Solo che le vittorie, se si parla dei destini di una nazione, come è ovvio non sono vittorie collettive, le vittorie non lo sono mai, ma lasciano sempre per strada perdenti, sconfitti e feriti e morti sul campo da battaglia.

Negli anni Ottanta, tornado a noi, è esploso il debito pubblico. E sul finire di questi anni inizia il calo demografico, le statistiche registrano i primi Neet (not in education employment or training), e mentre rimane secolarmente irrisolta la questione meridionale si inizia anche a parlare di “questione settentrionale” , vengono inventati termini quali Padania e secessione, ed innalzati simboli culturali, razziali e razzisti, come re-invenzione identitaria di una cultura e tradizione mai esistita: si inneggia ad Odino, ci si orna di verdastri copricapo cornuti, ci si richiama a fantomatici popoli celti, alla razza padana e ad un dio fluviale.

In questo contesto nasce l’Unione monetaria, ma mentre molti stati ne approfittano abbondantemente per usare a pieno ( ed in molti casi anche intelligentemente) i fondi infrastrutturali messi a disposizione dalla Ue, in Italia, paese fra i maggiori contribuenti al bilancio europeo, tali fondi si perdono (quando non vengono addirittura restituiti al mittente) in sprechi, polemiche, opere inutili e solite ruberie.

In questo contesto le istanze federali nel Paese assumono una dimensione tutta “nordista” relegando nell’immaginario nazionale, anche di molti meridionali, il Mezzogiorno come “palla al piede” dell’Italia e la questione del federalismo come resa dei conti con i parassiti seduti nella carrozza, pur sempre di terza classe (sic!), del treno Italia trainato dalle locomotive lombardo-venete anch’esse però ormai a corto di carbone “nei stantuffi”.

In questo scritto non ci soffermeremo sulle falsità e le storture di tale visione; ci piace ricordare però che nel 1860 il Pil del Regno borbonico era il medesimo nella intera Penisola, e che, ad esempio, con l’Unità  le riserve aure del Banco di Napoli (fra le più considerevoli a livello mondiale) furono “nazionalizzate” dal mezzo francese Conte di Cavur. Di esempi, di storture e di ingiustizie sulla costituzione della nazione unità si è scritto e discusso molto; non poco, ma non abbastanza, anche si è scritto di come questa costruzione dall’alto abbia di fatto contributo a creare la cosiddetta Questione meridionale  e a creare l’humus per quella che per decenni è stata una terra tramutata in  brodo di coltura di malaffare, corruzione, mafie e politica e politici senza scrupoli. Terra in cui per il dio denaro o per fame di potere non ci si è fatto scrupolo financo di avvelenare letteralmente i propri stessi concittadini, i propri fratelli e sorelle, i propri figli per generazioni e generazioni. Scorie radioattive nelle acque del mediterraneo, rifiuti tossici delle aziende del Nord seppelliti un po’ dovunque dai boschi ai tunnel scavati nelle montagne un tempo usati come via di fuga e nascondigli nella stagione dei sequestri. Più che palla al piede : “pattumiera d’Italia”.

 

Amico fragile.

Cercheremo di rimanere il più possibile sul terreno socio economico in questo tentativo di analisi, ma va detto che milioni di concittadini, le persone e le genti di una intera metà del Paese sono stati visti, per pressappoco tutta l’intera storia repubblicana, come degli endemici malati, come, nella migliore delle ipotesi degli “amici fragili”, se non lombrosianamente come dei sub-normali destinati irrimediabilmente a nuoce a se stessi ed agli altri.

Eppure queste genti hanno fatto al Nord la fortuna di molti imprenditori e di molte imprese attraverso l’emigrazione ( che adesso in Padania abiurano) e molto e forse ancora di più nel Mezzogiorno consumando in massa i prodotti di quelle industrie: il made in italy nel mondo è una bella favoletta che sovente ci riempie d’orgoglio, ma senza i Terroni a consumare ed acquistare i prodotti fatti nel Nord del paese molte di quelle imprese, vanto dell’Italia, non sarebbero mai sopravissute, non sarebbero mai state create, non sarebbero esistite tout court.

Eppure le scelte di politica economica italiana sembrano sempre aver preso le mosse da considerazioni del tutto difformi alla realtà di fatto del tempo e del territorio di riferimento. Oggi dopo gli scandali senesi, si discute molto di fondazioni bancarie, e molto ancora di più si discute della fragilità del nostro sistema creditizio nel contesto europeo; eppure proprio nel 1990 prese il via la legge che trasformò le banche italiane dividendole in fondazioni (come sempre poi fonte di malaffare ed interessi particolareggiati, e particolareggiati in primis da politica e politici) ed Spa che di fatto, innegabilmente, hanno portato ad un sicuro risultato nefasto, assieme a dir il vero a tanti altri, quello di aver fatto scomparire qualsiasi istituto bancario meridionale ( e come detto il Mezzogiorno in passato aveva da essere invidiato in materia) ed aver trasferito anche fisicamente oltre che giuridicamente le fondazioni dal territorio meridionale, nei fatti dando la possibilità alle fondazioni stesse di sperperare i soldi dei correntisti meridionali nelle attività delle stesse nel Settentrione.

Detto questo, nessuno vuole negare le nefandezze accadute al Sud, la follia demagogico assistenzialista di iniziative come la Cassa del Mezzogiorno, il pacchetto Colombo o la Società Ponte di Messina per restare ad esempi più attuali.

Fabbriche e porti inutili, università inutili, aziende inutili e non per ultimi parlamentari e consiglieri inutili, ed autoreferenziali se non referenziati a cosche mafiose o logge massoniche delle più varie.

E’ chiaro che fra molti poveri ed abbandonati al loro destino, c’è stato chi si è arricchito fortemente, ha perorato le cause più indegne e lavorato per mantenere lo status quo di comodo.

In questo contesto da un lato non c’è mai stato un principio di reale responsabilità nella assegnazione di risorse e strumenti ai territori meridionali e dall’altro, in vero, le politiche centrali, nei fatti dimostrato, hanno sempre privilegiato il nord d’Italia a discapito dei propri concittadini dell’altra metà del Paese.

Chi ha letto i miei scarabocchi passati sa bene che non sono mai stato per i piagnistei, conosce il mio cimento nel chiedere maggiore responsabilità ed intransigenza alla classe politica e dirigente meridionale (anche soprattutto quando opera a Roma), sa che aborro la frase “fratelli sfortunati” (semmai la sfortuna ce la siamo procurati da soli) e conosce benissimo il fatto che ho sempre sostenuto che quella della Mafia è una scusa; che la mafia esista e sia deleteria è vero ed innegabile, che non si possa fare, per via delle criminalità organizzate, impresa, buona amministrazione, sviluppo e progresso è semplicemente una banale giustificazione.

Il Sud è stato troppo tempo deresponsabilizzato da un lato ed in balia delle politiche nazionali miopi o addirittura conniventi dall’altro.

 

Lo standard dei costi, costi quel che costi.

Partiamo da una considerazione lapalissiana. Partiamo dalla lucida follia semantica dei tagli alla spesa pubblica ed alla (presunta) lolla agli sprechi. In molti  sono giustamente convinti che in Italia abbondino gli sprechi e le inefficienze. In molti, se non quasi tutti, meridionali compresi, sono persuasi dal fatto che sprechi ed inefficienze siano per la stragrande maggioranza al Sud, è probabilmente è così; anche se, e lo si è visto con i recenti scandali, ruberie e consorterie abbondano anche al Nord come del resto sanno ‘ndranghetisti e mafiosi che hanno spostato lì ormai i loro quartier generali ( in questi termini hanno de localizzato almeno una cosa dal Sud al Nord).

Lucida perché la guerra agli sprechi e la strategia dei tagli si è abbattuta come una mannaia nel Mezzogiorno,  Follia perché l’attuazione è stata innanzitutto non selettiva ma lineare, ma soprattutto perché se ci sono sprechi negli asili nido, nelle case popolari, negli ospedali la logica vorrebbe che si perseguissero politiche finalizzate ad annullare gli sprechi e non ad annullare gli asili nido e le case popolari, si dovrebbe pensare ad un Sud senza sprechi negli ospedali e non ad un Sud senza ospedali. Invece è esattamente quello che è accaduto: si sono tagliati ospedali e posti letto, e di converso la spesa pubblica addirittura si ancora allargata invece che arretrare, probabilmente perché non è semplicemente il numero degli ospedali che andrebbe razionalizzato ma anche e soprattutto la loro efficienza ed efficacia. Certo ospedali efficienti ed efficaci, soprattutto sul versante della prevenzione, probabilmente significa anche meno clienti e guadagli per le cliniche private del Mezzogiorno e per gli ospedali privati e pubblici del Settentrione; e forse tutto questo a qualcuno non starebbe bene.

In questo senso la cosa che mi ha sempre dato più fastidio in assoluto è quella che io chiamo il paradosso della siringa.

Prima di addentrami nel merito, propongo all’eventuale lettore, di adottare lo stesso metodo che ormai il sottoscritto adotta da un paio d’anni; ho deciso infatti di non votare mai ed a nessun tipo di elezione qualsiasi politico che faccia o abbia fatto, per televisione, radio, stampa, internet e compagnia cantando il famigerato esempio della siringa per cercare di spiegare i costi standard. Invito, al di là del partito e/o dello schieramento politico da cui provenga, a diffidare e contrastare chiunque faccia la seguente affermazione: “ Una siringa deve costare in Calabria, quanto costa a Milano”. Vi invito a diffidare di tutte le varianti a questa affermazione, ma nello specifico soprattutto di questa, dopo mesi di attenta documentazione infatti ho avuto modo di riportare questa frase nella mia agenda almeno un centinaio di volte. Proprio “questa” cioè dove si fa il parallelo fra la regione più sfigata d’Italia e la capitale economica del paese.

Tralasciando il fatto di pesare allo stesso modo fragole e patate, cerchiamo di andare, per restare nelle metafore ortofrutticole, al nocciolo del problema.

Innanzitutto, vi assicuro, nessuno ha mai fatto un calcolo ovvero è possibile fare un calcolo sul costo di una singola siringa. Ovviamente direte voi è una metafora, la siringa non in quanto tale ma come esempio della spesa per approvvigionamenti in capitoli di spesa sugli acquisti in sanità (questi si calcolabili); eppure io sono convinto che c’è chi pensa davvero ( riproponendolo poi nel talk show di turno) che esista davvero qualcuno che sappia quanto costa una siringa all’ospedale di Castrovillari (se non o hanno chiuso mentre scriviamo) e quanto sia costata al San Raffaele piuttosto che al Policlinico Umberto I di Roma. (Se esiste e siete convinti che esista questa statistica dite per favore una volta per tutte di mostrarvi i dati e di dirvi quanto costa una singola siringa in un determinato territorio).

Detto questo che sta quasi nell’alveo del principio di indeterminazione di Heisengerg , mi chiedo perché nessuno si alzi dalle poltrone televisive e si ponga nella giusta prospettiva nell’analizzare il fenomeno: quella del culo. Il punto semmai non è quanto costa mediamente una siringa, ma semmai quanti culi in uno ospedale si riesce a bucare. L’approvvigionamento di siringe in un ospedale dato, messo ad esempio che venga fatto a gennaio, a quale mese arriva? Ecco un dato di fatto sicuro ed incontestabile è che le siringhe acquistate in un ospedale non bastano mai per arrivare alla fine dell’anno. Allora dovremmo chiederci innanzitutto se una siringa acquistata ha sempre trovato il suo deretano di riferimento, altrimenti questo rappresenta uno spreco. Dovremmo chiederci se fatta cento la spesa standard per acquisto delle siringhe quello stesso acquisto fa arrivare ad avere la possibilità di continuare a fare iniezioni a maggio all’ospedale di Parma e ad aprile settembre a quello di Cosenza o viceversa. Il lettore ignaro potrebbe pensare che ovviamente il calcolo viene fatto così, ripeto se viene fatto,  costo per unità di prodotto in percentuale a iniezioni fatte: ebbene assolutamente NO. Inoltre, sempre l’ottimistico lettore, potrebbe ritenere che la media venga fatta tenendo conto dell’economia di scala applicabile; mi spiego meglio o provo, se il nosocomio settentrionale ha la possibilità economica, perché più “ricco”, di comprare a gennaio 10.000 siringhe (posto cosa che non accade che bastino fino a dicembre) è chiaro che otterrà sul mercato un costo per unità di prodotto inferiore all’ospedale meridionale che ne acquista 5.000, ecco anche questa ponderazione non viene fatta. Inoltre quando acquisterò una fornitura straordinaria di siringhe ad Agosto a novembre che sia ovviamente la pagherò di più sempre in funzione della quantità che acquisterò. Come non vengono calcolate le economie di scala non vengono calcolati i costi accessori che rimangono nei macro capitoli dei bilanci delle aziende sanitarie, perché ovviamente far arrivare una siringa da Brescia a Milano è un conto farla arrivare a Pellaro ne ha un altro.

Detto questo qui nessuno vuole negare che gli sprechi e le inefficienze non ci siano e che siano in particolar modo relegate al Sud; ma si contestano esattamente gli strumenti e le modalità per potervi mettere riparo. E poi le siringhe sono tutte uguali ?, in un paese civile e dotato di servizio pubblico sanitario obbligatorio e nazionale si presume che una protesi o una banale siringa abbia la stessa qualità dove il nosocomio l’ha pagata ottanta e dove l’ha pagata cento. Ecco anche qui così non è; e non è detto nemmeno che le migliori siano quelle sono costate di più. Dipende sempre dai punti di vista come detto, quello del costo e quello del culo. Quindi il punto semmai è capire come vengono usate le risorse e non definirne semplicemente i costi. Ovvero la garanzia di ridurre lo spreco non sarebbe messa in essere da uno Stato o una amministrazione che sappia implementare reali politiche di mercato e di concorrenza fra i venditori di siringhe (che sono sovente organizzati invece in oligopoli) ? Oppure che sappia dare un tetto non tanto al costo ma al prezzo della siringa, che sappia dire ed imporre alle multinazionali il gusto prezzo morale di un prodotto ed un etico profitto sui beni sanitari? Che sappia perseguire medici o infermieri che abusano dell’uso delle siringhe o che peggio ancora se le portino a casa o nel proprio ambulatorio privato? Dipende sempre dal punto di vista, quello del mano che tiene la siringa e quello di chi la prende nel culo … la siringa.

 

Sconclusioni.

Tutto questo parlare di siringhe ci serve soprattutto per ribaltare un concetto e una visione quella che relega solo al costo e non al prezzo il contenimento della spesa. Sia in termini materiali prezzo e costo per unità di prodotto che in termini sostanziali. Qual è il prezzo o il costo di non poter effettuare ad esempio una vaccinazione o una prevenzione checché sia per mancanza di disponibilità di siringhe.

Che costo ha non permettere alle donne meridionali di poter almeno cercare, anelare u posto di lavoro perché comunque non ci sono asili nido? Che prezzo ha non dare alloggi alle fasce povere della popolazione costringendole all’indigenza e di conseguenza avocandogli anche lo status di consumatori?

Il consumismo, le società capitalistiche funzionano se ci sono i consumatori. La crescita economica è possibile se c’è non semplicemente la possibilità economica di acquistare un prodotto, ma anche e soprattutto se sussiste la propensione sociale all’acquisto. Un territorio povero ed abbandonato, un contesto disagiato non predispone al consumo nemmeno quando vi sia la disponibilità economica per farlo. Su questo punto credo che industriali, politici e secessionisti padani dovrebbero riflettere in misura maggiore.

Detto tutto questo, non si può che non rilevare come sia stata effettuata la classica misura del buttare il bambino con l’acqua sporca. Si è deciso di ripudiare le istanze federali al declino elettorale della Lega da un lato e al desiderio di controllo politico centrale da parte delle nuove classi dirigenti politiche in auge.

Lo stesso Renzi che pur  sembra voler dare maggiore centralità ai Sindaci ed alle amministrazioni locali, è questo è un bene, lo fa a discapito del federalismo regionale tentando di saltare i livelli costituzionali impostando uno stato centrale che devoluziona direttamente alle città. Questo non è federalismo, o per lo meno non è un sistema federale europeo e moderno; sembra di più uno “scheriffato” all’americana.

Chi vi scrive come detto è un convito federalista e sostenitore del “principio di responsabilità” ed è un calabrese che ritiene che se la Calabria non è in grado di tirarsi fuori da sola (fatti salvi i principi di solidarietà nazionale) allora è meglio che affondi. Chi scrive non è un buonista e non cerca soluzioni facili e scuse, ma ritiene che però vada data la possibilità ai territori di dimostrare di potercela fare e di potercela fare giocando una partita con regole chiare che non penalizzino alcun giocatore solo perché ritenuto inaffidabile, per responsabilità del resto che ha anche e soprattutto di chi ha scritto, sta scrivendo ed ha dettato da sempre le regole del gioco.

Chi scrive crede in un progetto con quattro o massimo cinque macroregioni, che ritiene che vadano date quasi tutte le funzioni legislative ed amministrative a Regioni e Comuni, che viga sempre il principio di sussidiarietà a tutti i livelli, che reputa fondamentale che rimangano allo Stato nazionale pochissime materie e competenze, che però fra queste la prima da riassegnare allo stato centrale e proprio la sanità … ma questa come la trasformazione del sistema bancario, purtroppo, è un’latra storia e non sembra haimè all’ordine del giorno chi chicchessia abbia una agenda politica in mano.