Genazzano una mail per il Ninfeo Bramantesco: bellezza e cultura per la rinascita dei territori.

ninfeo_1L’Amministrazione Comunale, in collaborazione con le realtà associative genazzanesi, sta promuovendo una mobilitazione straordinaria per segnalare il Ninfeo Bramantesco di Genazzano all’iniziativa: Bellezza@governo.it .

L’Amministrazione, guidata dal sindaco Fabio Ascenzi, invita tutti i cittadini, gli amanti dell’arte e della cultura,  i visitatori  del caratteristico borgo in provincia di Roma ad inviare entro il 31 maggio all’indirizzo bellezza@governo.it una mail con oggetto “Ristrutturazione e recupero Ninfeo Bramantesco Genazzano (Lazio -prov. Roma)”.

Questa occasione sarà anche una ulteriore possibilità per richiamare nuovamente l’attenzione delle istituzioni superiori sulla necessità di interventi di ristrutturazione e valorizzazione  dello splendido  Ninfeo,e  sui progetti già presentati in questi anni e per aprire un percorso di partecipazione pubblica insieme con esperti, tecnici e cittadini sulle diverse ipotesi progettuali che lo hanno visto protagonista.

 

Il Ninfeo.

Sorge su quello che era il “Giardino Vecchio” del castello, e fino al XX secolo si riteneva fosse di origine romanica o dell’Alto Medioevo.

La datazione è incerta e non documentata: forse fu costruito tra il 1501-1503 sotto il papato di Alessandro VI Borgia il quale lo abbellì e fortificò; o più probabilmente fu eseguito su commissione del cardinale Pompeo Colonna al Bramante tra il 1507-1511. Quest’ ipotesi non è comunque avvalorabile con certezza; infatti non esistono documenti ma solo affinità stilistiche tipiche come le tre grandi serliane e i conchiglioni a decorazione degli absidi che fanno pensare all’impronta bramantesca.

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La scelta dell’ordine tuscanico nel Ninfeo e anche nel Castello Colonna è stata operata in piena coscienza, in linea con una forte tendenza della prassi contemporanea. Infatti già nei primi due decenni del XVI secolo il toscano-dorico viene considerato l’ordine più adatto alle architetture extraurbane. La storia della famiglia Colonna suggerisce anche un’altra ipotesi, più politica. L’uso di quest’ ordine può essere un riferimento alle origini del nome della famiglia. Infatti Pietro de’ Columna, conte di Tuscolo è il capostipite della famiglia. L’appellativo de’ Columna, attribuito per la prima volta a Pietro, nasce dalla vicinanza della colonna Traiana alla sua residenza romana. L’ordine della colonna traiana è riconosciuto come tuscanico sia dalla cerchia del Sangallo che da quella di Raffaello.
Dalle ricerche condotte sui materiali e tecniche costruttive, il Ninfeo risulta costruito in due fasi distinte con relativo cambio di progetto e destinazione d’uso.
Inizialmente concepito come padiglione estivo, impostato sullo schema della basilica di Massenzio e dei frigidarium delle terme romane, si presenta come un piccolo complesso di ambienti dove era possibile passeggiare, incontrarsi, studiare, discutere. Il complesso fu concepito certamente come luogo di rappresentazione teatrali e di feste pubbliche. Prova di ciò è la presenza dei molti vasi in argilla, aventi funzione acustica murati nelle pareti della zona rialzata, in modo da creare una sorta di camera acustica.
L’aggiunta della sala ottagana con piscina circolare gli conferisce la funzionalità di piccolo impianto termale, riprendendo in questo esempi quali le palestre delle terme di Diocleziano ed il recinto esterno delle terme di Caracalla. L’inserimento della piscina circolare può essere giustificato dalla malattia di Pompeo Colonna, la bulimia, che al tempo si curava anche con bagni caldi.


L’edificio non è mai stato completato, forse a causa di avverse situazioni politiche della famiglia colonna, o perché durante la sua costruzione venne danneggiato e quindi abbandonato, decadendo in seguito a causa del ruscello ad esso limitrofo.

Fino a pochi anni fa, il Ninfeo ha ospitato di nuovo rappresentazioni teatrali e spettacoli di danza che lo hanno riportato indietro nel tempo risvegliandone la musica e i colori.

Vomitellum

Ormai di sovente non sono d’accordo con le varie posizioni che vengono palesate sui media ed in Aula dal Partito Democratico​ . Oggettivamente la legge elettorale che ci si appresta a varare è vomitevole e riscia anche effetti che lo stesso Matteo Renzi​ sembra sottovalutare. Detto questo, questa cosa della fiducia io non la capisco proprio, ne da chi la impone ne da chi non la vota.
Ricordo bene fra l’altro come Pierluigi Bersani | Pagina Ufficiale​ , Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre e molti altri, fino a pochi mesi fa, usavano la “Maggioranza” e i voti in Direzioni cammellate come una clava. Ricordo, e condividevo allora come adesso, quando mi si ricordava che in un partito come il Pd funziona così e che l’organizzazione che ci siamo dati fosse un presupposto necessario ad una aggregazione moderna ed europea. Bene adesso finalmente sapete anche voi l’effetto della clava sulle vostre idee e giuste rivendicazioni e battaglie. Di tutto il non fatto da Matteo Renzi, Maria Elena Boschi​ e via discorrendo, quello che mi dule di più è  che, come sopsettavo, la rottamazione era solo un riciclaggio e che la rivoluzione del merito erano e sono soltanto parole al vento. Personalmente finchè resisto rimarrò nel Pd, aspcicando rottamazione e merito. Ed aspicando che alcuni esponenti della minoranza finalmente cedano al proprio egoismo generazionale lasciando il posto ed il passo ad una o più generazioni a cui francamente fanno da tappo da troppo, troppo tempo.

Matteo non sei fatto per vestire la Garibaldi. (#Renzo)

Premessa.

In questi giorni i media irrimediabilmente ti costringono a pensare al Pd.

Vorrei proprio non farlo, perché ultimamente non credo di condividere più nulla o quasi sia con la maggioranza che con l’opposizione del e nel partito.

Non capisco e non comprendo i vari Dem: AreaDem, SinDem, NoiDem, Dem Dem … l’unica corrente del partito democratico che credo mi rappresenti ( e che sono convito sarà presto maggioranza) è quella della SINDEM. L’ho trovata per caso su internet ed ho capito che se voglio restare nel Pd devo aderirvi subito e far aderire più compagni possibili. La SINDEM la trovate, come avrà fatto sicuramente Gianni Cuperlo quando ha scelto il nome della sua corrente  all’indirizzo: http://www.sindem.it  (Società Italiana Neurologia delle Demenze).

Questa ovviamente non è una coincidenza; questa ovviamente non è casualità. Al massimo è causalità.

 

Boschi e Foreste.

Le Leopolde, le Cgil, il Renzo, face book con quel suo “ a cosa stai pensando? “   e non ultima Maria Elena Boschi  ( di cui spero di essere ancora amico) con quel suo cognome lì … a me tutto questo mi fa venire in mente però la squadra anglosassone per cui faccio il tifo. Associazioni mentali proprie da esponente (paziente) della  SinDem.

Si lo ammetto invece del gosStatua-Cloughsip ovvero delle riforme istituzionali  la Boschi mi fa pensare al mitico Nottingham Forest ! (nome omen).

Beninteso anche la Camusso in questi giorni mi fa pensare al Forest. Ma più di tutti mi ci fa pensare il nostro #Renzo. Perché l’unica cosa che mi viene in mente sballottato fra la rete, la tv e le radio è l’esclamazione al pub che i tifosi del Nott’m riservano ai propri beniamini quando sono incazzati: “They’re not fit to wear the Gari­baldi”.

“Questi non sono degni di vestire la Garibaldi” la traduzione appropriata, anche se in realtà sarebbe questi non sono ” fatti” .

Perché tifo Forest.

Quella del Forest è una bella e lunga storia:   la maglia “rosso Garibaldi”, come recita lo statuto del Club, è solo uno dei tanti motivi per cui da ragazzino mi appassionai alla squadra di Robin Hood.  Un altro dei motivi principali è che i suoi tifosi sono operai ( si per chi non ci credesse anche in Inghilterra esistono ancora gli operai). Perché è la squadra dei vecchi  minatori. Perché è la squadra che vinse il campionato appena neopromossa. Perché ha vinto due coppe dei Campioni pur avendo vinto un solo scudetto: unica in Europa, come unica in Europa ad aver militato in terza serie con un palmares del genere. (ci sarebbe potuta riuscire pure la Juve se solo la giustizia sportiva in Italia funzionasse). Perchè il Nott’m ha una sala di ritrovo che si chiama Robin Hood e una sala stampa che si chiama Giuseppe Garibaldi. Tifo Forest perché se oggi il mitico Arsenal ha quei colori lo deve alle maglie ed al pallone  inviate da due giocatori del Nott’m ad un gruppo di lavoratori che volevano mettere in piedi una squadra di calcio.

What left of left .

Personalmente non so cosa è ancora di sinistra e cosa no. Non so nemmeno se la squadra del Nottingham Forest è di sinistra per come la intendiamo noi.  So che il loro allenatore e profeta Brian Clough era un socialista che aveva attivamente supportato e finanziato i minatori locali in sciopero negli anni ottanta. So che il Forest è un simbolo per molti lavoratori.

Non credo che il calcio debba essere legato alla politica e non credo che la politica faccia bene al calcio, ma credo che il calcio possa veicolare ancora qualche valore.

Credo di potermi ancora definire socialista e quindi dedico quest’articoletto a Matteo, sicuro che non lo leggerà mai e, mi perdonerà se ho usato il suo nome per parlare di due cose a cui tengo molto il Forest e la sinistra.

Queste poche righe le ho buttate giù per non pensare troppo al Pd e per diffondere un messaggio a tutti i socialisti italiani: Forza Forest!

 

Per chi volesse approfondire qualcosa sul mitico Forest:

http://www.nottinghamforest.co.uk/

http://www.nottingham.ac.uk/~ccznffc/NFFC.html

 

 

 

 

 

IN RICORDO DI PEPPE VALARIOTI, UCCISO DALLA MAFIA 33 ANNI ADDIETRO. (di Michele Maduli)

IN RICORDO DI PEPPE VALARIOTI, UCCISO 33  ANNI ADDIETRO A ROSARNO, PUBBLICO UNO STRALCIO DI UN VOLUME  PUBBLICATO ALCUNI ANNI ADDIETRO DA MICHELE MADULI DAL TITOLO “IN CALABRIA TRA SOTTOSVILUPPO E MAFIA (1964-1984)

 VALARIOTI

La mattina dell’11 Giugno fui svegliato dallatelefonata di un compagno che mi comunicò la notizia dell’assassinio di PeppeValarioti.

Quando giunsi a Rosarno molti compagni erano già insezione.

Gli attacchini stavano affiggendo i primi manifestisui muri scalcinati. Entrai nella stanza semi-buia e vidi i compagni seduti asemicerchio con gli occhi umidi che si ricevevano le condoglianze. La famigliaera lontana, in un’altra stanza fredda a piangere il povero Peppe, ma quiv’erano gli affetti, i ricordi, la rabbia degli amici più cari. Abbracciai unoad uno i compagni e me ne sedetti muto, come s’usa fare ai funerali inCalabria.

Al centro della stanza vi era Peppino Lavorato,incapace di parlare e di piangere. Era stato lui, insieme con gli altricompagni recatisi al ristorante La Pergola, a raccogliere Peppino Valarioti trale braccia, morente: “Mi hanno ammazzato, compagni.”

Poi la corsa in macchina verso l’ospedale, inutile,perché Peppe era morto quasi subito. Ma perché avevano ucciso Valarioti e chi?

Sin dai primi momenti apparve chiaro che si trattavadi omicidio politico. Quella sera Peppe e gli altri dirigenti comunisti eranoandati nei quartieri popolari di Rosarno per ringraziare i cittadini che nonavevano avuto paura di votare comunista.

Le elezioni erano andate bene per il PCI dopo il calosubito l’anno prima alle comunali e alle politiche: il 3,4% in più che avevaconsentito di rieleggere alla provincia Peppino Lavorato e di mandare alconsiglio regionale Fausto Bubba, che per tanti anni era stato direttore dellaCooperativa Rinascita. Tutta la campagna elettorale condotta dai comunisti eraapparsa come una sfida ai mafiosi che nel ‘79 erano riusciti ad intimidiremolti elettori. Come non riflettere sul fatto che l’anno prima tra leamministrative e le europee vi fosse stato un salto di 880 voti?

La sezione comunista decise nel 1980 di affrontare dipetto il nodo mafioso; anzitutto andando a parlare nei quartieri controllatidai capibastone, sforzandosi di spiegare a giovani e ad anziani che nonbisognava avere paura della mafia.

 

LE “CASE NUOVE” DI ROSARNO

 Le “case nuove”, i quartieri popolari di Rosarno, sonocresciute nel dopoguerra a misura dei bisogni dei braccianti; anzi degli exbraccianti che, dopo aver occupato negli anni cinquanta le terre del Bosco, erano divenuti ormai piccoliproprietari. Casette basse, massimo a un piano sopraelevato, costruite murodopo muro coi primi guadagni, senza alcun rispetto per l’estetica, come levecchie casette a schiera dove i braccianti poveri di un tempo, dopo diciottoore di fatica, ritornavano la sera a dormire come cani.

Ancora oggi Rosarno presenta un tessuto urbanoelementare, una tipologia edilizia tra le più povere della Piana. Tutto questo,unito all’incuria in cui sono tenute le piazze e le strade, al pessimo statodell’igiene pubblica, infonde in chi vi giunge un senso di profondo squallore.

In quelle “case nuove” abitano, però, uomini dotati dimemoria storica che legano indissolubilmente la propria vicenda personale, lapropria ansia di riscattarsi dalla condizione bestiale in cui sono stati tenutiper secoli, alle lotte, alle fiammate ideali del sindacato, del Partitocomunista degli anni difficili ma pieni di speranza del dopoguerra. A distanzadi tanti anni il Partito continua a essere un cuore pulsante che può rallentarei battiti, anche ansimare, ma che riprende la corsa non appena il suo popologli si riaccosta. Così, dopo gli anni neri e tristi seguiti alla morte diValarioti, il Partito comunista ha riguadagnato i consensi di un tempo, ha riaperto affollata come una volta la propriasezione.

Nelle “case nuove” il tempo passa, tante cose sonocambiate; sono invecchiati i padri, sono cresciuti i figli che, spesso si sonoallontanati dal quartiere ed hanno dimenticato l’epopea vissuta dai genitori.Qualcuno, come Peppe Valarioti, è andato a scuola, fino all’università, s’èlaureato ed ha provato l’ebbrezza di riscoprire le proprie radici contadine, dicollocare la vicenda della propria famiglia in una dimensione più ampia. Perquesto ha scelto, razionalmente, di militare nel PCI e ne è divenuto ben prestodirigente.

Nel suo rione, chiamato anche significativamente“Corea”, Peppe cresce alimentato dalle voci, dalle liti, dalla passione delledonne contadine, costrette ogni giorno a fare i conti con i problemidell’esistenza. Sono gli anni ‘50; I braccianti poveri di Rosarno hannooccupato da poco le terre del Bosco, le stanno mettendo a coltura, consapevolidi essere stati gli unici nella Piana ad averla spuntata contro gli agrari,contro i galantuomini. Altrove, infatti, i braccianti, anche se hanno sostenutolunghe e appassionate lotte, sono rimasti con un pugno di mosche in mano,perché gabbati dallo Stato o traditi da chi avrebbe dovuto difenderli.

Fino alla seconda guerra mondiale, chi, che cosa,erano i braccianti? Niente, villani, “mezzomini”, perché non sapevano nemmenoleggere. Con Peppe Valarioti, già professore, spesso discutevamo di come leclassi diseredate del Mezzogiorno si fossero sempre collocate, negli ultimisecoli, dalla parte della conservazione. Al cafone meridionale poco interessavala scomparsa del feudo, se poi questo doveva significare per lui più fame, piùoppressione, e nemmeno un fazzoletto di terra per coltivare pomodori e patate.

Poi la grande illuminazione della lotta per la terradegli anni ‘40. Con il partito, con il sindacato, il bracciante poveroacquisisce coscienza, si fa uomo, conquista il suo pezzo di terra.

Quante volte si è sentito dire: “cu non ha, non è”, chi non possiede qualcosa, cioè, è come se nonesistesse. Per questo s’iscrive al Partito comunista, partecipa alle lottesociali, alle battaglie politiche per la conquista del Municipio. Certo, apartire dagli anni ‘60 la società va cambiando; i braccianti più poveriemigrano verso la Fiat, in Calabria giungono le autostrade.

Quando Peppe Valarioti ha vent’anni ed è già uomo, aRosarno spuntano le prime cooperative; la “Rinascita” sorge per un atto divolontà dei dirigenti comunisti e dei piccoli proprietari, i vecchi assegnataridel Bosco, i quali intuiscono che è necessario associarsi per non cadere nellegrinfie della speculazione mafiosa.

Nel ‘74 il referendum sul divorzio mette in luce nellaPiana l’esistenza di un grave handicap culturale: qui la “cultura” popolare nonè stata sopraffatta ma non ha nemmeno vinto. Peppe è uno di quei giovani checomprende l’importanza della cultura ai fini della sopravvivenza e dellacrescita del partito e delle organizzazioni democratiche a cui, intanto, si èavvicinato per un atto di amore e di intelligenza.

Lì a Rosarno (l’antica Medma) egli coltiva interessiinconsueti, come quello per l’archeologia e per la musica classica. A un certopunto, messi da parte il latino e Ammiano Marcellino, argomento della sua tesidi laurea in lettere classiche, va alla scoperta delle proprie origini,incomincia ad indagare con passione il mondo contadino e le lotte del dopoguerra.

Nelle case dei contadini, dunque, i comunisti eranoritornati durante la campagna elettorale del 1980, per spiegare ai padril’importanza di riprendere a votare comunista dopo la sbandata dell’annoprecedente, e per far capire ai giovani che il messaggio della mafia, la qualeprospettava alle nuove leve ricchezze e prestigio, era insidioso ed insincero.

Vecchi e giovani compresero, in gran parte, ilmessaggio di liberazione e di pace lanciato dai comunisti e li votaronoscrollandosi di dosso la paura dei capetti mafiosi dislocati in ogni quartiere.Quando i comunisti andavano a parlare nei rioni, le donne del popolo siaffacciavano sugli usci e lanciavano fiori.

In Calabria la mafia detiene il potere attraverso ilconsenso di massa. I regolamenti di conto sono un fatto eccezionale e internoalla comunità mafiosa. I boss non hanno bisogno di mostrare i pugni e lepistole alla gente che, da parte sua, li sostiene perché convinta dellavalidità delle norme che sovrintendono all’organizzazione della ‘ndrangheta. Imafiosi, del resto, più che delle leggi, dei carabinieri (hanno messo nel contola possibilità di incappare nei rigori della giustizia ed anche di morireviolentemente) hanno timore dell’isolamento e della perdita del consensopopolare in virtù del quale essi si ritengono legittimati a esercitare ilpotere.

La mafia, capisce dunque la pericolosità del messaggiolanciato dai comunisti e decide di fermarli. Il 20 maggio dell’80 la sezionedel PCI viene data alle fiamme; la stessa notte viene incendiata l’auto delconsigliere provinciale e capogruppo al comune, Peppino Lavorato. Non solo:bande di mafiosi pedinano i militanti comunisti durante la campagna elettorale,controllandone ogni mossa; infine, per lanciare un chiaro messaggio di violenzae di morte, strappano i manifesti del PCI e li ricollocano capovolti.

I FUNERALI

I funerali di Valarioti si svolsero il 12 Giugno efurono imponenti: vennero dalla Piana, dalla Provincia, da tutta la Calabria.Il sindacato invitò i lavoratori a fermarsi per quella giornata; la Giuntacomunale (Valarioti era consigliere) proclamò il lutto cittadino.

La cosa che più mi colpì in quel funerale fu lalunga  teoria di donne vestite di neroche seguivano il feretro: in pratica tutte le donne del popolo (che di normanon partecipano all’accompagnamento dei morti al cimitero) si strinsero quelgiorno attorno alla bara di uno dei loro giovani.

In piazza, tra il silenzio di tutti, parlò per primoLavorato, poi altri oratori, infine l’on. Achille Occhetto per la Direzionenazionale del PCI. Provai a salire sul palco e vidi una marea di gente, almenoventimila persone sparse in una piazza oblunga. Franco Romeo, un giovanefunzionario di partito piangeva ai piedi del palco e così pure altri giovani,compagni di partito o di lavoro del povero Peppe.

“Con il feroce assassinio del nostro compagno – disseOcchetto- si torna, dopo decenni, ai delitti compiuti ai primordi delmovimento. Si torna a quando si colpivano i contadini non tanto per icomportamenti personali quanto per l’azione di progresso impostata.”

A macchiare quella giornata di dolore e di commozionegiunsero le incaute dichiarazioni del sindaco socialista di Rosarno, secondo ilquale il delitto era da ricondurre ad una “questione di donne”. Lo stessoquotidiano del PSI, l’Avanti, scrissea proposito delle voci che anche la mafia aveva fatto circolare: “E’ questo unmodo di continuare ad assassinare Giuseppe Valarioti, senza che, come nellamorte reale possa difendersi. D’altra parte i mafiosi sanno soltanto spararealle spalle.”[1]

“Valarioti – affermò Occhetto nel suo comizio – nonaveva nemici personali. Egli aveva però accusato la Giunta comunale di averedistribuito fondi in modo clientelare e di aver affidato importanti incarichiurbanistici ai propri amici.”

Per il partito comunista il colpo fu molto duro. Idirigenti alternavano a momenti di fiducia vere e proprie manifestazioni disconforto. Poco prima dei funerali, nel corso di una conferenza stampa, ilsegretario regionale del PCI, Tommaso Rossi, ammise: “Nella lotta contro lamafia noi comunisti ci sentiamo abbastanza soli.” In una lettera a “Paese Sera”un militante comunista di Vibo Valentia, riferendosi ai funerali di Valarioti,scrisse: ”Eravamo in molti, ma eravamo soli: noi comunisti, soli a combatterela mafia… Contro la mafia non c’erano né le bandiere dello scudo crociato néquelle del garofano né altre”.[2]

Ai funerali, in realtà, c’era stato accanto aicomunisti tutto il popolo di Rosarno, solo che dalla commozione e dallapartecipazione del primo periodo si passò alle ambiguità del giorno dopo, perpoi precipitare nel silenzio e nella paura dei giorni successivi.

“Questa azione – giudicò a caldo il Direttivoprovinciale del PCI – testimonia un salto di qualità dell’iniziativa mafiosanella Piana di Gioia Tauro: ci troviamo di fronte ad un vero e proprio omicidiopolitico compiuto dalla mafia…”[3]

 

 

IL PSI MUTA ALLEANZE

 

Nel documento si faceva riferimento a pericolosisegnali di inversione di tendenza manifestatisi nel settore della giustiziaall’indomani delle elezioni politiche del 1979. In particolare allaconclusione, non certo esaltante, del giudizio d’appello al processo dei 60 cheaveva visto la sostanziale assoluzione dei boss precedentemente condannati apene ben più severe; ed ancora alla assoluzione del clan degli Ursini per ifatti di Gioiosa Jonica.

In questa cittadina il sindaco comunista, FrancescoModaffari, protagonista di tante battaglie contro la mafia, era statoestromesso dall’incarico per colpa dei socialisti, alleatisi con la DC. Maanche a Rosarno la Giunta di sinistra era stata sfasciata per far posto alcentrosinistra.

“Sull’onda di acquiescenza e di complicità – sostenevanoi comunisti reggini – si sono ulteriormente cementati i rapporti tra mafia epotere politico; in particolare con il sistema di potere della DC checostituisce il principale brodo di coltura per la crescita dell’organizzazionemafiosa. Accanto a ciò si sono, però, manifestati già da qualche tempo, e inparticolare in concomitanza con le ultime elezioni, nuovi intrecci che hannointeressato anche altre forze politiche, non esclusi alcuni settori non trascurabilidella stessa sinistra”.4

Nell’analizzare i comportamenti dei socialisti che indiversi comuni (Rosarno, Africo, Gioiosa) avevano operato un rovesciamentodelle alleanze e s’erano accordati con la DC, Corrado Stajano affermava: “Lasinistra perde il potere. il coraggioso sindaco comunista Modafferi,instancabile avversario della mafia, è costretto a lasciare. La lotta allecosche si arena: l’amministrazione comunale è addirittura assente dallemanifestazioni popolari contro le violenze mafiose. Cosa dire del PSI calabresedopo tutti questi fatti? Il passaggio dall’altra parte degli amministratori diAfrico procura una gran vergogna… Quando si realizza il passaggio deisocialisti dell’area della sinistra alla DC, l’atteggiamento nei confronti dellamafia cambia”.[4]

All’indomani del delitto molti di noi s’interrogaronosulle ragioni che avevano spinto la mafia a individuare come obiettivi dellaloro azione la città di Rosarno, la sezione comunista, il suo giovanesegretario.

“La mafia – scrivevo in quei giorni su “Paese Sera”,ha voluto lanciare con il delitto Valarioti un esplicito messaggio ai comunistie alle popolazioni della Piana e della Calabria. E’ a Rosarno, cuore economicodell’agricoltura della Piana, che le forze della reazione e della mafiaincontrano notevoli resistenze. Per questo l’avvertimento è stato dato aRosarno: sfondato il caposaldo, la mafia non avrebbe difficoltà a vincere leultime resistenze della Piana.

L’on. Occhetto ha affermato dal palco dei funeraliche, di là dalla identificazione dei killer e dei mandanti, la responsabilitàdi fondo ricade sul sistema di potere instaurato dalla DC nel Mezzogiorno…Anche per il terrorismo esistevano delle motivazioni di fondo; eppure ci si èmossi con tenacia, con rigore… ed oggi, anche se permangono le cause difondo, il terrorismo appare in grosse difficoltà”.

Per quanto tempo ancora il Mezzogiorno, o gran partedi esso, sarà considerato come un’isola alla deriva che ora si avvicina alcontinente della democrazia, per effetto delle correnti, ora se ne allontana?In quest’isola alla deriva, il sistema assistenziale, voluto dalla DC, e lamafia, la stanno facendo la padroni. La mafia sta progressivamente occupando intutta la Calabria spazi importanti all’interno dei partiti di governo. Neglianni Settanta, con una serie di attentati e di intimidazioni, ha piegato laresistenza di molti uomini   politici alpotere nelle province, nella regione e nei comuni; adesso mira a vincere laresistenza di chi sta all’opposizione.

I dirigenti comunisti calabresi che vanno a Roma inquesti giorni dovranno dire con estrema chiarezza alla Direzione del loropartito che la partita contro la mafia non può essere giocata solo dalle forzelocali; proprio perché quella mafiosa è una delle grandi questioni nazionaliche, come la strategia della tensione o il terrorismo, hanno mirato e mirano asconvolgere le basi democratiche dello Stato. C’è bisogno di un impegnogeneroso delle forze democratiche, del PCI in primo luogo, per fermare epiegare le forze della mafia.”[5]

Se si guardaagli altri delitti politici ordinati dalla mafia in quegli anni (da BorisGiuliano a Piersanti Mattarella, dal capitano Basile al giudice Terranova) cisi accorge che dietro  ciascuno di questifatti criminosi esiste un fatto preciso, una ragione specifica. L’uomopolitico, il poliziotto, il carabiniere, il magistrato, erano persone scomodeche avrebbero potuto, nell’esercizio delle loro funzioni, ostacolare gli affaridella mafia.

Nel caso del segretario della sezione comunista diRosarno niente di tutto ciò; Valarioti era un capace dirigente sezionale che,alla pari di tanti altri, aveva denunciato brogli e malefatte; ma non era illeader della sua sezione né apparteneva al gruppo degli esponenti più noti epiù prestigiosi della Piana di Gioia Tauro. Nella stessa Rosarno, infatti, ilPartito aveva eletto un consigliere provinciale e uno regionale.

Nessun fatto specifico, dunque, nessuna circostanzaprecisa. Il delitto Valarioti appare tanto più grave – forse il più grave deidelitti politico-mafiosi consumati in Calabria – quanto più si consideri checon l’uccisione del dirigente comunista si è voluto in quegli anni lanciare unmessaggio terroristico, al Partito comunista in primo luogo, ma anche allealtre forze politiche, agli amministratori locali, a quanti, insomma,costituiscono le prime maglie del tessuto democratico. Perché, in fondo, ilfine della mafia è identico a quello del terrorismo nel momento in cui sipropone di minare alle basi lo Stato democratico, di colpirne le istituzioni (eanche il Partito comunista che nella Piana di Gioia Tauro ha finito perassumere, in assenza di altro, il ruolo di grande istituzione democratica).

Forte era la consapevolezza in ognuno di noi dellagravità del momento. Si giustificano così gli accorati appelli che in queigiorni lanciavamo sulla stampa al Partito nazionale, alle altre forzedemocratiche, perché riflettessero con attenzione sul significato nuovo cheandava attribuito agli eventi di Giugno.[6]
NOTE

[1] D.Labate, Il boss ha lasciato il confino per aiutare la DC in “Avanti”,14.6.1980 p. 4.

[2]Lettera di G. Loriani, Noi comunisti soli a combattere la mafia, in“Paese Sera”, 22.6.1980, p. 5.

[3]Partito comunista italiano, Comitato direttivo provinciale di Reggio Calabria,comunicato del 12.6.1980.

[4]Corrado Stajano, Fermare la lotta del PCI è l’obiettivo dei killer, in “PaeseSera”, 21.6.1980. Autore di una monografia su Africo, Stajano venne assolto daltribunale di Torino  dall’accusa di averdanneggiato la reputazione del prete don Stilo che, nell’Agosto del 1984, è statotratto in arresto sotto l’accusa per associazione per delinquere.

[5] in“Paese Sera”, 15.5.1980.

[6]“L’assassinio di Valarioti può stimolare, come a suo tempo quello di GuidoRossa, la reazione delle forze sane del Paese contro l’imbarbarimento. Solo chela battaglia contro la mafia è più difficile e complessa di quella contro ilterrorismo.

Il PCI e le altre forze democratiche debbono capireche se la lotta contro la mafia non viene assunta come uno dei doveriprincipali dello Stato democratico, come un impegno nazionale di lunga lena, senon si comincia, intanto, a porre un argine nella Piana di Gioia Tauro,identificando mandanti e killer, del delitto Valarioti, facendo puliziaall’interno delle istituzioni. c’è il pericolo, non tanto di perdere unavamposto ma di perdere alla democrazia grossa parte del Mezzogiorno. Anzi, disprecare un’importante occasione per porre su basi nuove e diverse il rapportotra lo Stato e il Mezzogiorno.

I dirigenti comunisti calabresi debbono saper dire chesono gli stessi militanti di base che oggi gli chiedono  di essere cauti e attenti contro la mafia.C’è in tutto ciò la consapevolezza del semi-isolamento in cui si trova il PCIcalabrese nei confronti delle altre forze democratiche locali. Guai se legrandi forze democratiche nazionali, in primo luogo i comunisti, i socialisti,il sindacato, il movimento cooperativo, non riuscissero a rispondere condecisione a questa accorata richiesta di aiuto che viene dalla Calabria”. In Paese Sera cit.