Il natale del Pd.

La fine di un’ Epoca.

 

Il Berl usconismo, il craxismo o m eglio, come io preferisco, lo yuppismo è finalmente giunto al capolinea. Quelli che si celebrano con il voto delle amministrative a Milano, Napoli ed in tutta Italia e sopr attutto nella sedicente Padania sono i titoli di coda di un lungometraggio trentennale. Parlo di un fenomeno tutto italiano per fenomenologia, ma assolutamente mondiale per genealogia.

Alla fine degli anni sessanta un’onda di rinnovamento penetra attraverso le giovani generazioni in tutto l’occidente e non solo: è l’esplosione della “sfera pubblica”, del libero amore, del taglio delle radici. Si fanno deboli i legami e la contestazione irrompe e spariglia gli strati sociali del novecento. Quest’onda risacca negli anni di piombo italiani e nei meandri dei ragazzi dello zoo di Berlino. Una generazione intera fallisce sulle macerie di se stessa, ricorsivamente richiama gli anni del fantastico ’68. Fra droghe sintetiche e reprimende dei governi ovvero dei poteri tutti ( quarto e quinto compresi) si fa largo l’intimismo e una sorta di nichilismo materiale:  la limitazione della conoscenza umana  è solo apparire. Sono gli anni 80, per alcuni fantastici, in cui deflagra il trionfo della “sfera privata”. Le borse, gli affari, il magna-magna dirà qualcuno irrompe e ri-attraversa tutti gli strati sociali post-sessantottini.

L’onda lunga dello yuppi smo attraversa tangentopoli, le guerre internazionali, la lotta delle religioni. Fino a agli anni dieci e alla crisi economica più vasta e globale di tutti i tempi. Glocale più che globale, Paesi un te mpo da terzo e quarto mondo irrompono sulla scena mondiale. Le contestazioni si fanno sempre più forti e vivono nella globalità della rete. Ma la “sfera pubblica” rimane imprigionata, sembra quasi che le persone, la gente (con due g, come si va dicendo in questi anni) sia intrappolata dietro le sbarre del proprio privato e da quelle grate guardi il “pubblico” con il desiderio di parteciparvi ma con l’impossibilità del farlo: rinchiusi in una torre d’argento ormai ossidato ma apparentemente in valicabile, si rimane timidi affacciati sull’uscio della politica e della grande polis globale.

Ebbene, a mio avviso, queste sbarre si sono finalmente rotte. La torre è crollata. Ci si ri-entra  nel pubblico. Il vento, forse, è davvero cambiato: dal nord africa, dai paesi emergenti, dai nuovi “occidente” arrivano sonanti gli echi delle lime che pian piano tranciano le sbarre.

Ecco, personalmente ritengo che se non si inquadrano gli anni che ci apprestiamo ad incontrare, il secondo decennio del nuovo secolo, in questo mutato contesto non abbiamo capito granché di quello che ci sta accadendo attorno; Italia compresa.

In questo senso intendo la fine del berlusconismo come il tramonto di qualcosa di ben più ampio e profondo nella società italiana. Certo fa specie pensare che alla fine di tutto probabilmente la cosa più determinante nel nostro Paese, per l’accelerazione di questo processo, sia il fatto che il berlusconismo sia andato a puttane. Nel senso letterario del termine, in quanto a mio avviso, sono venuti a mancare o ad incrinarsi i rapporti di fiducia, consolidati nel ventennio ultimo, fra l’imbonitore yuppy per eccellenza e suoi affezionati tele-compratori.  In una sorta di Italia anestetizzata che ha tollerato e condiviso addirittura tutte le nefandezze del premier  per poi sentirsi più traditi ,probabilmente, dalla esibizione dei suoi peccati che dai peccati stessi.  Ma tutto ciò riguarda la persona, al più il politico, Berlusconi non il fenomeno delineato per come sopra.

 

L’analisi del voto e il voto delle analisi.

Francamente, non mi sono mai appassionato tropo alle analisi del voto, soprattutto a quelle iper numeriche dei flussi, dei sondaggi e delle “tendenze politiche”. Ho sempre presuntuosamente pensato che questo tipo di attività fosse appannaggio dei politicanti come le rette e le curve ( e le derivate, ecc..) siano gli strumenti degli economisti, che per dar scientificità ai fenomeni sociali hanno bisogno di solidi numeri a cui ancorare, alle volte, deboli ragionamenti.

Io alle analisi del voto che sentito fino ad oggi (intendo da quando ascolto analisi del voto… quindi all’incirca da 25 anni) a posteriori, il massimo dei voti che posso dare a qualcuna di esse è due..due e mezzo di incoraggiamento come diceva un mio vecchio professore del liceo. Sbaglierò potranno dire in molti, probabilmente c’era e c’è chi ha previsto tutto, ma fondamentalmente non è questo che mi interessa capire.

Un dato incontestabile mi sembra quello che in tutto il Paese mostra un Pd forte dove si creano le condizioni di un centro-sinistra forte: autorevole, condiviso e serio.

 

Finalmente il Pd.

 

Mi interessa capire invece se è giunto al fine, il primo grande successo del Partito democratico italiano. Non intendo elettoralmente, ma ontologicamente. Forse il Pd è finalmente nato.

Mi spiego, o cerco di farlo.

Quando abbiamo costituito il nuovo partito, per molti, per troppi, era solo la somma di due vecchi e stanchi partiti ex di massa. Per altri invece, (pochi?), era il tentativo di costruire qualcosa di nuovo e che avrebbe avuto necessariamente tempi lunghi, lunghissimi addirittura.

 

Con questo non voglio dire certo che i problemi son finiti ed una vittoria significhi “la vittoria”. Una cosa però appare evidente, a mio vedere, i temi, l’essenza, se voglia l’identità del Pd hanno trionfato ad una importante, fondamentale, bagarre elettorale. A sentir fior fior di politologi oggi onestamente mi vien da sogghignare; speranzoso che non si caschi nel tranello.

Si è detto che hanno vinto i candidati, che ha vinto Sel, che hanno vinto i pre-politici alla De Magistris o i Berlusconi di sinistra alla Vendola. Non c’è niente di più sbagliato.

 

Ha vinto il Pd e la sua identità: fatta di primarie e di capacità di mettere in sintesi, in sincretismo se vogliamo, le migliori differenze delle tradizioni politiche del passato. Modernizzandole ancorché.

Mi chiedo cosa sarebbe successo a Milano se non ci fossero state le primarie? ( …e quante volte le ho sentite irrise da i partiti che ora le vogliono a tutti i costi), ci sarebbe mai stato il Pdl e la sua conseguente rottura senza la nascita del Pd? ed ancora cosa sarebbe rimasto del centrosinistra post-prodiano senza i successi ma ancor di più senza le sconfitte del Partito democratico? staremmo ancora ad inseguire i mastellismi, i bassolinismi e tutti gli ismi ed asmi possibili.

Già ieri, numerosi esponenti del partito di maggioranza di governo, nonché addirittura  i leghisti del novello centralismo democratico, iniziano a propor-si di primarie e di processi democratici dal basso.

In questi termini ritengo sia la più grande vittoria in cui il Pd potesse sperare; il Partito ha adesso una sua identità e un suo patrimonio ontologico. Gli occhi rossi di tanti di noi al Pantehon o piazza Duomo o al Maschio forse stavano a significare tutto questo: finalmente il Pd.

Poi a farci del male comunque c’è sempre tempo. Godiamoci il nostro Natale.