Pagare tutti, pagare meno. Federalismo fiscale e responsabilità dei comuni potrebbero essere la vera svolta dell’economia italiana.

Sul il Sole 24 ore del 30 maggio 2011, Massimo Bordignon pubblica un’interessante fondo dal titolo : “Lotta al sommerso. Enti locali in prima linea ma con mani disarmate”.

Disarmate non direi, malearmati sicuramente.  Certo la tematica degli “strumenti” a disposizione degli enti locali è annosa e assai complessa.

La famigerata riforma del Titolo quinto della Costituzione ed il nuovo testo dell’art. 119 della Costituzione, modificato con la Legge costituzionale 3/2001, attribuisce agli enti locali una completa autonomia finanziaria in termini di entrate e di spese.

Si è finalmente portato a compimento un processo che affonda le radici agli albori delle disquisizioni sulla forma di Stato pre- repubblicana e che ha ri- trovato nuova vitalità agli inizi degli anni ’90 quando, per la prima volta, è nata l’esigenza di concedere a tutti gli enti pubblici territoriali una maggiore libertà di azione nel reperimento delle risorse finanziarie necessarie allo svolgimento delle loro funzioni. Un contributo fondamentale, non si può negarlo, è stato fornito dalle rivendicazioni e dagli item introdotti da una forza politica “localista” come la Lega Nord.

Il concetto di federalismo fiscale ha iniziato dunque a farsi strada con la necessità di favorire un maggiore coinvolgimento, ma anche una maggiore responsabilizzazione degli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi della finanza pubblica.

Allo sviluppo del “processo federalista” fa da contraltare il rispetto del c.d. Patto di Stabilità e Crescita (PSC), stipulato dall’Unione Europea nel 1996 per garantire quella stabilità economica, necessaria all’introduzione della moneta unica.

Il PSC fissa quindi i confini in termini di programmazione, risultati e azioni di risanamento all’interno dei quali i Paesi membri si possono muovere autonomamente. In tale contesto, ciascuno di essi ha implementato internamente il PSC, andando a definire il quadro normativo del Patto di Stabilità Interno, applicando criteri e regole proprie. Il Patto di Stabilità Interno fissa gli obiettivi per il contenimento del debito e del deficit pubblico, quest’ultimo inteso come saldo tra entrate e spese finali, al netto delle operazioni finanziarie.

L’autonomia finanziaria (introdotta, come abbiamo detto, dalla L. Cost.3/2001) richiama il principio del finanziamento integrale, secondo il quale tutte le entrate di un ente pubblico vanno a finanziare il complesso delle funzioni attribuite.

Quindi, il patto di stabilità da un lato e l’autonomia finanziaria dall’altro, impongono agli enti locali una svolta radicale in termini di gestione della spesa pubblica  e delle entrate. Questo richiede un’attenta programmazione, unita ad uno stretto controllo dei risultati della gestione finanziaria.

In un paese come l’Italia, dove l’evasione fiscale ha raggiunto ormai livelli allarmanti, il nodo principale a cui rivolgere l’attenzione è sicuramente il controllo delle entrate, in particolar modo delle entrate tributarie. L’importanza rivestita da queste ultime appare ancora più chiara, se si fa riferimento all’ampiezza dell’ambito impositivo; senza infatti soffermarsi sulle varie differenze tra imposta, tassa, canone e tariffa e considerando solo i comuni tra gli enti pubblici interessati, è possibile stilare un elenco molto vasto (Ici, Trsu, Tosap, Imposta sulla pubblicità, sulla pubblica affissione, Imposte di scopo).

Appare chiaro a questo punto come il perseguimento dell’equità contributiva sia necessario non solo per il raggiungimento degli obiettivi di programmazione imposti anche dal Patto di stabilità interno, ma soprattutto per un’esigenza di giustizia sociale. Il meccanismo dell’equità contributiva permette infatti, a fronte di un incremento delle entrate, di effettuare politiche di riduzione del carico contributivo nel medio – lungo periodo.

Tutto questo comporta azioni di analisi e controllo delle sacche di evasione da parte degli enti locali, che devono necessariamente dotarsi di idonei strumenti informativi, atti alla gestione integrata dei processi amministrativi.

L’ente comunale, in special modo nei centri di piccole e medie  dimensioni, che rappresentano la gran parte delle città italiane ( nel 2010 i comuni italiani risultano essere 8.094, di cui 7.300 sotto i quindicimila abitanti),  rappresenta per molti aspetti il primo punto di riferimento “istituzionale” per il cittadino.

Il municipio e, di converso se vogliamo, la caserma dei carabinieri per il versante giustizia, rappresenta non semplicemente un mero punto di riferimento socio-amministrativo, ma è da considerare come vera e propria istituzione di prossimità : il primo avamposto, tolte le agenzie di socializzazione primaria (scuole, chiesa, ecc..), dell’incontro fra sfera pubblica e sfera privata.

Paradossalmente i piccoli e piccolissimi comuni italiani sono quelli che hanno sicuramente più problemi ma sono anche finanziariamente più sani. In questi mesi si discute molto sulle possibili aggregazioni e sulla riforma delle leggi che ne permettano la cosiddetta “unione”, sebbene in maniera un po’ più lasca ma efficace, permettendo in un certo senso di non perdere la giusta rivendicazione identitaria e i legami tradizionali fra comunità (se pur piccolissime) e territori, sovente impervi o comunque geograficamente disagiati.

In pratica facilitare l’estensione di buone prassi, che esistono in tutta Italia a nord come a sud, sul recupero dei crediti impositivi comunali, la lotta all’evasione e la perequazione contributiva generale potrebbe permettere una piccola “rivoluzione” nei modi e nella sostanza della gestione del bilancio del Paese. Questo non solo è possibile ma è anche, teoricamente, semplice; le buone prassi stanno li a dimostrarlo. Molti comuni hanno saputo mettere in campo le giuste sinergie per affrontare la questione in quanto sono proprio essi (e non lo stato centrale) i veri, o forse i soli, conoscitori dei dati dei propri cittadini. Incrociando infatti le situazioni evidenti dalle banche dati comunali (ove sussistano ovviamente un processo ed un iter amministrativo informatico che lo permettano) gli enti comunali non solo sono riusciti ad incamerare nuove entrate e a rimpinguare le proprie casse comunali, ma addirittura sono riusciti a non aumentare, ed in particolari casi, anche a diminuire le addizionali irpef che gravano da tempo sui cittadini.

Lo sa bene anche lo stato centrale che dal 2002 ha ridato forza ad una vecchia idea, già degli anni settanta, finalizzata ad una gestione integrata e sinergica con i comuni di quella che viene chiamata Anagrafe tributaria generale. In effetti incrociando alcuni particolari dati comunali come  le posizioni anagrafiche e tributarie con quelle catastali e fiscali si può giungere ad un elevatissimo livello di accertamento sia delle imposte locali che di quelle nazionali: dagli affitti al canone Rai, dalle imposte di urbanizzazione alla tassazione delle unità produttive. Far pagare tutti può davvero significare far pagare meno.