Nuova OnLine Pa

IL MODULO WEB GOLEM \DATANET è stato progettato per consentire l’inserimento e la relativa gestione degli atti da pubblicare con link ben visibile nella home page del sito web istituzionale, nell’ambito dei dati della sezione “Amministrazione Trasparente” in modo da essere resi di facile consultazione, accessibili ai motori di ricerca ed in formato digitale standard aperto.
Uno strumento di gestione per adempiere agli obblighi dell’amministrazione aperta, della L. 190/2012 e per gli Enti siciliani alla LR Sicilia 22/08. L’inserimento dei contenuti e la loro gestione avviene tramite un qualsiasi browser di navigazione, senza nessuna installazione di software sui PC e sui dispositivi Client degli operatori ed è integrabile su tutti i siti web indipendentemente dai sistemi di gestione (CMS) utilizzato dall’ente per il gestire il proprio sito istituzionale.

ANPR SMART.

RAPIDO, SEMPLICE E VELOCE …veramente SMART! 

Il subentro dell’ANPR alle Anagrafi Comunali è costituito da una serie di verifiche della banca dati anagrafica del Comune, proprio in funzione del riversamento dei dati in ANPR; a questo proposito, la Circolare 5/2015 del Ministero dell’Interno ha dato indicazioni sulle modalità per effettuare la bonifica dei dati utilizzando nuove funzionalità messe a disposizione con il portale INA SAIA. Prima di effettuare il subentro, è necessario procedere alla bonifica dei dati presenti nella propria anagrafe; in particolare, occorre:

  1. identificare anomalie, disallineamenti e irregolarità nella propria banca dati anagrafica;
  2. verificare il grado di allineamento della banca dati anagrafica con l’INA ed l’Agenzia delle Entrate;
  3. effettuare controlli incrociati utilizzando gli scarichi consentiti dai due sistemi remoti;
  4. verificare e regolarizzare la toponomastica e la numerazione civica, esterna e interna.

 

Genazzano una mail per il Ninfeo Bramantesco: bellezza e cultura per la rinascita dei territori.

ninfeo_1L’Amministrazione Comunale, in collaborazione con le realtà associative genazzanesi, sta promuovendo una mobilitazione straordinaria per segnalare il Ninfeo Bramantesco di Genazzano all’iniziativa: Bellezza@governo.it .

L’Amministrazione, guidata dal sindaco Fabio Ascenzi, invita tutti i cittadini, gli amanti dell’arte e della cultura,  i visitatori  del caratteristico borgo in provincia di Roma ad inviare entro il 31 maggio all’indirizzo bellezza@governo.it una mail con oggetto “Ristrutturazione e recupero Ninfeo Bramantesco Genazzano (Lazio -prov. Roma)”.

Questa occasione sarà anche una ulteriore possibilità per richiamare nuovamente l’attenzione delle istituzioni superiori sulla necessità di interventi di ristrutturazione e valorizzazione  dello splendido  Ninfeo,e  sui progetti già presentati in questi anni e per aprire un percorso di partecipazione pubblica insieme con esperti, tecnici e cittadini sulle diverse ipotesi progettuali che lo hanno visto protagonista.

 

Il Ninfeo.

Sorge su quello che era il “Giardino Vecchio” del castello, e fino al XX secolo si riteneva fosse di origine romanica o dell’Alto Medioevo.

La datazione è incerta e non documentata: forse fu costruito tra il 1501-1503 sotto il papato di Alessandro VI Borgia il quale lo abbellì e fortificò; o più probabilmente fu eseguito su commissione del cardinale Pompeo Colonna al Bramante tra il 1507-1511. Quest’ ipotesi non è comunque avvalorabile con certezza; infatti non esistono documenti ma solo affinità stilistiche tipiche come le tre grandi serliane e i conchiglioni a decorazione degli absidi che fanno pensare all’impronta bramantesca.

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La scelta dell’ordine tuscanico nel Ninfeo e anche nel Castello Colonna è stata operata in piena coscienza, in linea con una forte tendenza della prassi contemporanea. Infatti già nei primi due decenni del XVI secolo il toscano-dorico viene considerato l’ordine più adatto alle architetture extraurbane. La storia della famiglia Colonna suggerisce anche un’altra ipotesi, più politica. L’uso di quest’ ordine può essere un riferimento alle origini del nome della famiglia. Infatti Pietro de’ Columna, conte di Tuscolo è il capostipite della famiglia. L’appellativo de’ Columna, attribuito per la prima volta a Pietro, nasce dalla vicinanza della colonna Traiana alla sua residenza romana. L’ordine della colonna traiana è riconosciuto come tuscanico sia dalla cerchia del Sangallo che da quella di Raffaello.
Dalle ricerche condotte sui materiali e tecniche costruttive, il Ninfeo risulta costruito in due fasi distinte con relativo cambio di progetto e destinazione d’uso.
Inizialmente concepito come padiglione estivo, impostato sullo schema della basilica di Massenzio e dei frigidarium delle terme romane, si presenta come un piccolo complesso di ambienti dove era possibile passeggiare, incontrarsi, studiare, discutere. Il complesso fu concepito certamente come luogo di rappresentazione teatrali e di feste pubbliche. Prova di ciò è la presenza dei molti vasi in argilla, aventi funzione acustica murati nelle pareti della zona rialzata, in modo da creare una sorta di camera acustica.
L’aggiunta della sala ottagana con piscina circolare gli conferisce la funzionalità di piccolo impianto termale, riprendendo in questo esempi quali le palestre delle terme di Diocleziano ed il recinto esterno delle terme di Caracalla. L’inserimento della piscina circolare può essere giustificato dalla malattia di Pompeo Colonna, la bulimia, che al tempo si curava anche con bagni caldi.


L’edificio non è mai stato completato, forse a causa di avverse situazioni politiche della famiglia colonna, o perché durante la sua costruzione venne danneggiato e quindi abbandonato, decadendo in seguito a causa del ruscello ad esso limitrofo.

Fino a pochi anni fa, il Ninfeo ha ospitato di nuovo rappresentazioni teatrali e spettacoli di danza che lo hanno riportato indietro nel tempo risvegliandone la musica e i colori.

Protocollo Informatico nelle PA: ecco cosa cambierà

Scade il 12 agosto 2016 il termine entro il quale le Pubbliche Amministrazioni dovranno adeguare i propri sistemi di gestione informatica dei documenti secondo quanto stabilito dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13 novembre 2014 (in seguito D.P.C.M. 2014), pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 8 del 12 gennaio 2015. 

Il D.P.C.M. 2014 costituisce l’ultimo step di un percorso che introduce importanti novità nella gestione dei documenti, con evidenti ripercussioni nell’organizzazione interna delle Pubbliche Amministrazioni sia per l’organizzazione delle risorse umane, sia per l’organizzazione e lo svolgimento dei processi di gestione. Più precisamente:

 

  1. nel 2000, il D.P.R. n. 445 del 28 dicembre (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa) al capo IV, ha introdotto significativi cambiamenti nel sistema di gestione informatica dei documenti all’interno delle Pubbliche Amministrazioni;
  2. nel 2004, la deliberazione CNIPA n. 11 ha stabilito le regole tecniche per la riproduzione e conservazione dei documenti su supporto ottico idoneo a garantire la conformità dei documenti agli originali;
  3. nel 2005 è stato emanato il D.Lgs. 7 marzo n. 82 (Codice dell’amministrazione digitale – CAD), modificato ed integrato dal D.Lgs. n. 235 del 30 dicembre 2010, con cui si è data organicità in materia di regolamentazione, attraverso l’uso delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, dei rapporti tra Pubbliche Amministrazioni, cittadini e imprese;
  4. nel 2013 sono stati emanati due Decreti entrambi del Presidente del Consiglio dei Ministri ed entrambi del 3 dicembre; tali Decreti dettano le regole tecniche:
    • per il protocollo informatico, da adottarsi entro l’11 ottobre 2015;
    • in materia di conservazione, sostituendo la deliberazione CNIPA n. 11/2004;
  5. nel 2014, con l’emanazione del D.P.C.M. del 13 novembre, si è concluso l’ iter di regolamentazione del processo per la digitalizzazione dei documenti all’interno delle Pubbliche Amministrazioni.

Cosa cambia per le PA

Per la singola amministrazione, il cambiamento più evidente si ha con l’abolizione dei registri cartacei a favore dell’introduzione di sistemi informatici per la gestione dei flussi documentali; ma il cambiamento profondo riguarda la diversa metodologia di lavoro che l’amministrazione dovrà adottare basata sulla classificazione dei documenti acquisiti o prodotti. Nell’attribuire un numero di protocollo al documento, sarà necessario classificarlo in modo da creare, sin da subito, un collegamento tra il documento, il fascicolo e il relativo procedimento, rendendo agevole il reperimento delle informazioni e dei file all’occorrenza e favorendo una efficiente organizzazione e indicizzazione dei documenti in ciascuna amministrazione. Inoltre, l’utilizzo di criteri uniformi di classificazione e di archiviazione dei documenti favorisce una più efficiente comunicazione tra gli Uffici della stessa amministrazione, soprattutto quando il procedimento interessa più unità. In questo caso, ciascun ufficio potrà visualizzare il documento e/o il fascicolo in questione e intervenire nella procedura a seconda dell’abilitazione (alla consultazione, all’inserimento, alla modifica) rilasciata dall’amministrazione; si garantisce, così, l’accesso alle informazioni del sistema da parte dei soli soggetti interessati, il tutto in condizioni di sicurezza e nel rispetto delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali.

In presenza di procedimenti che coinvolgono più amministrazioni, i vantaggi derivanti dall’utilizzo del sistema per la gestione dei flussi documentali si traducono nella possibilità di condividere le informazioni in tempo reale. Ciascuna amministrazione coinvolta nel procedimento potrà accedere al fascicolo attraverso la rete unitaria delle Pubbliche Amministrazioni, e intervenire a seconda dell’abilitazione rilasciata dall’amministrazione responsabile del procedimento, così come avviene tra gli Uffici e/o le aree organizzative appartenenti alla stessa amministrazione.

Anche i cittadini, le imprese e tutti coloro che entrano in contatto con le Pubbliche Amministrazioni, accedendo al sistema informatico, hanno la possibilità di consultare i propri fascicoli ed eventualmente di inserire nuovi documenti. Un esempio è il nuovo processo tributario telematico – S.I.Gi.T .

L’adozione del sistema di gestione dei flussi documentali introduce, quindi, importanti cambiamenti all’interno delle pubbliche amministrazioni nella metodologia di lavoro da adottare, e anche il personale interno dovrà essere riorganizzato secondo le nuove esigenze di gestione. Di conseguenza, è necessario che ciascuna amministrazione proceda ad una mappatura delle competenze del personale interno per individuare le persone con competenze specifiche e motivate ad attuare i cambiamenti previsti dalle norme; su tali persone l’amministrazione dovrà:

  1. investire in formazione;
  2. coinvolgerli nel ridisegno/riorganizzazione delle attività e dei processi interni;
  3. incentivarli adeguatamente;

 

in quanto è la risorsa umana la chiave per il cambiamento della pubblica amministrazione.

 

Come il documento diventa digitale: requisiti e processi

 

Il documento informatico deve assumere le caratteristiche dell’integrità (deve essere completo e inalterato) e dell’immodificabilità (deve essere garantita la non alterabilità del documento nella forma e nel contenuto). Tali caratteristiche vengono garantite a ciascun documento amministrativo informatico anche attraverso la:

 

 

  1. registrazione di protocollo: l’attribuzione di un codice identificativo di almeno sette cifre numeriche;
  2. segnatura di protocollo, che viene apposta all’originale e, oltre a richiamare il progressivo e la data di protocollo, identifica l’amministrazione o l’area organizzativa che ha prodotto il documento;
  3. classificazione, per associare i documenti ai fascicoli che dovranno contenerli e ai relativi procedimenti;

 

 

pertanto, lo svolgimento delle (3) suddette operazioni, rappresenta un passaggio necessario e sufficiente per la tenuta del sistema di gestione informatica dei documenti della P.A.

 

 

 

 

Una volta inseriti nel sistema di gestione documentale, i documenti, i fascicoli e/o eventuali aggregazioni documentali informatiche devono essere trasferiti al sistema di conservazione (attraverso la generazione di un pacchetto di versamento) per essere conservati nell’archivio corrente; successivamente i documenti, fascicoli e/o eventuali aggregazioni documentali vengono riversati nell’archivio di deposito costituito presso ciascuna amministrazione. Più precisamente, il trasferimento al sistema di conservazione avviene quotidianamente e genera il registro giornaliero di protocollo con l’elenco delle registrazioni di protocollo giornaliere, mentre il riversamento nell’archivio di deposito dei documenti, fascicoli e/o aggregazioni documentali avviene almeno una volta all’anno rispettando l’organizzazione che i fascicoli e le serie hanno nell’archivio corrente. Infine, i documenti selezionati per la conservazione permanente vengono trasferiti nell’archivio storico ossia negli Archivi di Stato competenti per territorio o nella separata Sezione di archivio, secondo quanto previsto dalle vigenti disposizioni in materia di beni culturali (Figure 1 e 2).

 

 

La PA del Sud Italia è la più martoriata d’Europa.

È una classifica impietosa quella delineata dall’Ufficio Studi della CGIA che ha esaminato gli ultimi risultati derivanti dalla più grande indagine europea condotta dall’Ue sulla qualità della Pubblica Amministrazione (PA) a livello territoriale. Rispetto ai 206 territori interessati dallo studio, le regioni del Sud d’Italia compaiono per 7 volte nel rank dei peggiori 30, con la Campania che si classifica addirittura al 202° posto.

 

L’ Indice della qualità della Pubblica Amministrazione è il risultato di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione. I servizi pubblici direttamente monitorati a livello regionale sono quelli a valenza più “territoriale” (formazione, sanità e sicurezza) ma l’indice tiene conto, a livello paese, anche di servizi più generali come ad esempio la giustizia in modo da stilare altresì una classifica nazionale.

 

Il risultato finale è un indicatore che varia dal +2,781 della regione finlandese Åland (1° posto) al -2,658 della turca Bati Anadolu (206° e ultimo posto); la media europea è posta a zero.

 

Come vanno le regioni italiane ?

 

I servizi sono valutati come migliori nelle due province autonome del Trentino Alto Adige (indici superiori a 1) e nelle due regioni a statuto speciale del Nord (Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia) che presentano un indice maggiore di zero, ovvero superiore alla media delle 206 regioni europee.

 

In terreno “negativo” tutte le altre regioni italiane ma con gap accettabili per Veneto ed Emilia Romagna che tendono alla media europea (indici pari a -0,186 e -0,217). Scorrendo il rank della qualità della PA, a centro classifica, si trovano due terzetti: il Centro Italia con Umbria (-0,495), Toscana (-0,533), Marche (-0,535) e il Nord Ovest con Lombardia (-0,542), Piemonte (-0,652), Liguria (-0,848).

 

Completamente negativa la situazione del Mezzogiorno a partire dal risultato meno disastroso dell’Abruzzo (-1,097), a quelli peggiori di Sicilia, Puglia, Molise, Calabria (indici che variano da -1,588 a -1,687), per finire con la “pecora nera” Campania (-2,242). Situazione preoccupante anche per il Lazio che, con un indice pari a -1,512, si posiziona al 184° posto tra le 206 regioni europee, lontano dai risultati delle altre tre regioni del Centro.

 

“Il quadro dipinto da questo indice europeo – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – evidenzia come l’Italia sia il Paese che presenta, al suo interno, la più ampia variabilità in termini di qualità della PA, tra le prime regioni del Nord e le ultime del Sud. Si pensi che, secondo quanto indicato dal Fondo Monetario Internazionale, se l’efficienza del settore pubblico si attestasse sui livelli ottenuti dai primi territori italiani, come le province di Trento e di Bolzano, la produttività di un’impresa media potrebbe crescere del 5-10 per cento e il Pil italiano di due punti percentuali, ovvero di 30 miliardi di euro”.

L’Italia troppo indietro sulla trasformazione digitale?

Presentata la seconda edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto dalle principali associazioni ICT (Aica, Assinform, Assintel e Assinter Italia) e promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Nel nostro Paese la cultura e le competenze digitali non riescono a tenere il passo con la società e l’economia. 

La trasformazione digitale in atto impone ai singoli mercati e alle società di adeguarsi, innescando processi virtuosi di innovazione, Ma per farlo occorrono le giuste competenze, che nel nostro Paese in parte ancora mancano, sia per l’assenza di una strategia di lungo periodo che coinvolga aziende e sistema formativo, sia per un digitai divide ancora strutturale. Mentre si attende di misurare i primi effetti di una riforma della scuola che dovrebbe favorire ii riallineamento tra formazione e domanda di competenze e di un Job Act che sembra valorizzare le peculiarità dei mestieri più innovativi, il sistema imprenditoriale muove passi importanti per favorire questo processo. E’ quanto emerge daila seconda edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto dalle principali associazioni ICT (Aica, Assinform, Assintel e Assinter Italia), promosso dall’Agenzil per l’Italia Digitale (AglD) e realizzato da NetConsultingcube, presentato a Roma.

 

In sintesi, i dati dell’Osservatorio evidenziano come in Italia la cultura e le competenze digitali non riescano a tenere il passo con la società e l’economia; il rischio è che il nostro Paese accentui il ritardo rispetto alle altre economie sviluppate. Il messaggio che emerge dallo studio non può che concentrarsi dunque sulla necessità di una condivisione strategica, volta ad amplificare e velocizzare il dialogo tra mondo dell’Istruzione e del lavoro. E‘ necessario, ad esempio, nel breve, accelerare la definizione di una rinnovata normativa per gli IFTS, realizzare una piattaforma nazionale dei contenuti didattici digitali, introdurre innovativi percorsi dì formazione accademici, promuovere attività di tutoraggio extra curricolari. Giorgio Rapari, presidente di Assintel, ha sottolineato che “lo studio dimostra come su temi specifici rappresentanze diverse possono lavorare insieme. Per chi ha già un impiego è fondamentale la formazione, finalizzata alla stesura di piani di coprogettazione, mentre per chi è ancora alle prese con gli studi l’esperienza scuola-lavoro va trasformata pienamente in inserimento dalla scuola al lavoro”.

Pubblico Impiego: il piano di licenziamento lampo degli assenteisti

Il dipendente pubblico che timbra il cartellino senza andare in ufficio, o sorpreso in flagranza di altri illeciti disciplinari, sarà sospeso dal lavoro e dalla retribuzione nell’arco di 48 ore. Nello stesso tempo scatteranno, da una parte, le procedure per il licenziamento e, dall’altra, quelle per l’esame della Corte dei Conti dell’eventuale danno erariale.

 

“Chi viene beccato a timbrare il cartellino ed andarsene viene licenziato entro 48 ore: è un fatto di buonsenso e di correttezza perché permette a tutti gli altri dipendenti della Pa di essere guardati a testa alta”,  ha detto ancora il presidente del Consiglio.  “Dobbiamo valorizzare le donne e gli uomini che lavorano nella Pa e che, nella stragrandissima maggioranza dei casi, sono onesti: hanno bisogno di sentire al proprio fianco la vicinanza dello Stato. Perciò abbiamo annunciato una cosa molto semplice, banale, e non so perché qualche sindacato abbia fatto polemica”, ha aggiunto.

 

Dunque “pugno di ferro”, promette Renzi: “mercoledì in Cdm porteremo la nostra proposta: chi fa così deve essere licenziato entro 48 e se il dirigente non procede rischia lui stesso.

 

Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia non cambia linea: per i dipendenti statali “l’articolo 18 non si tocca. “Mi accontenterei di licenziare quelli che truffano, che rubano, che sono assenteisti. Senza che qualche giudice del lavoro li reintegri. Ma nel pubblico è impossibile che, cambiando maggioranza politica, si possa licenziare: sarebbe discriminatorio.”

 

Alla lunga lista di provvedimenti targati Madia in rampa di lancio, oltre dieci, si aggiungono quindi le misure per rendere più facili i licenziamenti e probabilmente anche quelle per rafforzare lo strumento della visita fiscale, passando le competenze dalle Asl all’Inps, come polo unico per i controlli.

 

Uno degli atti al vaglio di Palazzo Chigi prevede la ghigliottina sulle società controllate o collegate agli enti pubblici. Nei prossimi 18 mesi le amministrazioni dovranno eliminare le partecipazioni inutili o quelle che hanno più amministratori che dipendenti. Anzi da quel momento si passerà all’amministratore unico, eliminando il poltronificio per i trombati della politica. Chiusura per consorzi e le imprese con fatturato sotto 1 milione di euro.

 

Giusto combattere i fannulloni del Pubblico Impiego – è la reazione unanime dei sindacati -, che però reclamano un’accelerazione anche sul rinnovo dei contratti. Con l’accorciamento dei tempi per le sanzioni si rischia di aumentare il contenzioso ha avvertito Maurizio Bernava, Segretario Confederale della Cisl.
Pubblicato da lentepubblica.it il 18 gennaio 2016