Il paradosso della siringa.

Premessa.

Paradossi. Tutto inizia con la caduta del governo Berlusconi e l’avvio dei governi delle larghe (dis-) attese fino alle “svolte”, buone o meno dipende dai punti di vista, dell’era Renzi.

Dall’ascesa della Lega Lombarda, che passa da tangentopoli alle stragi di mafia ed alla famigerata trattativa fra, almeno una parte, dello Stato e le  organizzazioni criminali, si è arrivato al disfacimento della Lega Nord e si è assistito, con notevole spreco di carta, inchiostro e meningi di autorevoli esperti e politologi alla parabola del Federalismo incompiuto all’italiana.copertina

La curva del federalismo, sotto le istanze politiche leghiste ma anche e soprattutto rispetto alle giuste esigenze territoriali delle “aree  tristi” del Nord del paese, ha preso avvio dal “regionalismo spinto ai limiti del federalismo” di Achille Occhetto allora segretario del Pds alla guida della fallimentare gioiosa macchina da guerra che andò in frantumi contro il primo, dei tanti, periodi berlusconiani.

Le istanze federali e la necessità di dar al Paese un nuovo assetto istituzionale, territoriale e costituzionale ebbero il loro acme con la (prima) grande riforma della costituzione, approvata a maggioranza strettissima in una delle parentesi governative di centro sinistra, che si sommava ad un’altra serie di deleghe passate al sistema periferico negli anni e prima fra tutte l’organizzazione del sistema sanitario nazionale su base regionale.

La parabola federale, anche in virtù della moltiplicazione della spesa pubblica generale con l‘esplosione delle bolle sanitarie in quasi tutte le regioni italiane, nonché una miriade di scandali e ruberie (basti pensare al Batman Fiorito in salsa ciociara) , con l’avvento del governo Monti prima e con le larghe intese lettiane successivamente tocca il suo punto più basso. Si assiste alla quasi scomparsa delle sollecitazioni federali ovvero ad un ritorno ad un nuovo centralismo nazionalista. Tutto questo in primis perché la parabola federale, infondo, ha seguito pedissequamente le sorti elettorali della ascesa e caduta del leghismo, adeguatosi pienamente ai vizi ed alle consorterie della tanto vituperata “Roma ladrona”, ma probabilmente perché in ultima istanza l’Italia è si un paese di campanilismi ma non è ontologicamente predisposto ad una organizzazione federale in cui ci sono, in vero, molti diritti e possibilità di scelte autonome, ma anche molti doveri di governance e una serie di pesi e contrappesi che salvaguardano l’identità,  le funzionalità e la solidarietà dei “ sistemi paese” delle nazioni ad organizzazione federale.

La crisi economica devastante e senza fine, ha fatto il resto ed i federalismo all’amatriciana della moltiplicazione dei centri di costo ha impattato sul muro della recessione e delle politiche di contenimento della spesa pubblica.

Il Governo attuale sta provando, come infondo hanno dichiarato tutte le accozzaglie politiche che si sono succedute negli anni a Palazzo Chigi, a ridisegnare una volta per tutte (?) l’organizzazione dello stato e non per ultima una nuova e più forte rivisitazione del titolo V della costituzione. Mentre si scrive, sono state cancellate definitivamente le Provincie (almeno sembra) e si sta tentando di abolire il Senato, almeno come camera elettiva, trasformandolo in una camera ( di compensazione?) federale o territoriale che dir si voglia.

Di federalismo o di stato federale sembra non volerne parlare più nessuno, al più oggi si è costretti a confrontarsi con folcloristiche prese di posizione di gruppi scissionisti, ovvero bizzarri tentativi di indire referendum secessivi o annessioni di singole regioni ad altri stati europei; su quest’ultimo punto non mi soffermerei più di tanto, ma, mi ha sempre incuriosito quale possa essere il reale vantaggio a passare da essere territorio trainante, nel bene e nel male, di un paese come l’Italia ad essere enclave della Prussia piuttosto che dell’Austria. Poi mi sfugge ancor di più, a dir il vero, come l’antieuropeismo più intransigente, dissipato in feroci critiche all’aguzzina cancelliera Merkel ed all’Europa dei burocrati, possa essere coniugato con la volontà di essere ammessi a far parte delle nazioni più burocratiche, più eurocentriche, più ortodosse e soprattutto di fatto colonie tedesche della cancelliera di Berlino. Evidentemente il 1848 è davvero un ricordo sbiadito sui libri di storia.

Italia si, Italia no.

Ho sempre trovato geniale la definizione di quella banda di intellettuali tesi che definiva il nostro paese come: Terra dei cachi.

Chi scrive, è ancora un federalista convinto. Chi scrive ritiene che non ci sia mai stato in Italia alcun reale spunto ovvero tentativo politico seriamente ascrivibile a definire un paese federale.

Il declino sociale ed economico di questo Paese, come detto, è cominciato negli anni novanta, testimoniato dal fatto del tutto incontestabile che l’Italia scivola sempre più in giù in qualsiasi classifica internazionale; sia strettamente economica, che culturale, che sociale o anche solo da immaginario collettivo internazionale: da pizza, sole e mandolino, simulacri infondo quanto meno di bel Paese e bella vita, si è passati ad una immagine internazionale di nazione con problemi insormontabili e irrimediabilmente destinata al disfacimento,  morale, economico e culturale. Una nazione in frantumi come le mura delle case romane di Pompei.

CertItalia Appesao mai rimpiangere gli anni spensierati, l’origine di tutto ciò, gli anni da bere, gli sfavillanti anni Ottanta. Quel periodo di “vacche grasse” come le definiva il presidente del Consiglio di allora, sono stati anni in cui una ovvero due generazioni hanno dilapidato sull’altare del proprio egoismo il patrimonio economico, culturale e morale dei propri padri e nonni, e dei propri figli e nipoti. Ho sempre ritenuto il berlusconismo come la riproposizione aggiornata e corretta del craxismo; o meglio ancora ritengo che il tutti e due siano, in continuità, il periodo che proprio Bettino Craxi ha avuto modo di definire con la migliore delle affermazioni: “l’era della videocrazia”; così apostrofava l’ex segratario del Psi la stagione che aveva dinnanzi mentre testimoniava al processo mani pulite dinnanzi all’allora pubblico ministero Di Pietro. Solo che Craxi si definiva vittima della  videocrazia mentre in realtà ne era artefice e mentore di quella che in realtà era piuttosto: “l’era della videocraxia”. Ritengo che questa stagione sia alla sua conclusione, ma certo non conclusa, è prova provata ne è il simulacro che rappresenta un “vincitore” della ruota della fortuna Presidente del consiglio dei ministri. Un vincitore perché è l’era in cui conta essere vincenti, avere la mentalità vincente, attuare la vittoria.  Solo che le vittorie, se si parla dei destini di una nazione, come è ovvio non sono vittorie collettive, le vittorie non lo sono mai, ma lasciano sempre per strada perdenti, sconfitti e feriti e morti sul campo da battaglia.

Negli anni Ottanta, tornado a noi, è esploso il debito pubblico. E sul finire di questi anni inizia il calo demografico, le statistiche registrano i primi Neet (not in education employment or training), e mentre rimane secolarmente irrisolta la questione meridionale si inizia anche a parlare di “questione settentrionale” , vengono inventati termini quali Padania e secessione, ed innalzati simboli culturali, razziali e razzisti, come re-invenzione identitaria di una cultura e tradizione mai esistita: si inneggia ad Odino, ci si orna di verdastri copricapo cornuti, ci si richiama a fantomatici popoli celti, alla razza padana e ad un dio fluviale.

In questo contesto nasce l’Unione monetaria, ma mentre molti stati ne approfittano abbondantemente per usare a pieno ( ed in molti casi anche intelligentemente) i fondi infrastrutturali messi a disposizione dalla Ue, in Italia, paese fra i maggiori contribuenti al bilancio europeo, tali fondi si perdono (quando non vengono addirittura restituiti al mittente) in sprechi, polemiche, opere inutili e solite ruberie.

In questo contesto le istanze federali nel Paese assumono una dimensione tutta “nordista” relegando nell’immaginario nazionale, anche di molti meridionali, il Mezzogiorno come “palla al piede” dell’Italia e la questione del federalismo come resa dei conti con i parassiti seduti nella carrozza, pur sempre di terza classe (sic!), del treno Italia trainato dalle locomotive lombardo-venete anch’esse però ormai a corto di carbone “nei stantuffi”.

In questo scritto non ci soffermeremo sulle falsità e le storture di tale visione; ci piace ricordare però che nel 1860 il Pil del Regno borbonico era il medesimo nella intera Penisola, e che, ad esempio, con l’Unità  le riserve aure del Banco di Napoli (fra le più considerevoli a livello mondiale) furono “nazionalizzate” dal mezzo francese Conte di Cavur. Di esempi, di storture e di ingiustizie sulla costituzione della nazione unità si è scritto e discusso molto; non poco, ma non abbastanza, anche si è scritto di come questa costruzione dall’alto abbia di fatto contributo a creare la cosiddetta Questione meridionale  e a creare l’humus per quella che per decenni è stata una terra tramutata in  brodo di coltura di malaffare, corruzione, mafie e politica e politici senza scrupoli. Terra in cui per il dio denaro o per fame di potere non ci si è fatto scrupolo financo di avvelenare letteralmente i propri stessi concittadini, i propri fratelli e sorelle, i propri figli per generazioni e generazioni. Scorie radioattive nelle acque del mediterraneo, rifiuti tossici delle aziende del Nord seppelliti un po’ dovunque dai boschi ai tunnel scavati nelle montagne un tempo usati come via di fuga e nascondigli nella stagione dei sequestri. Più che palla al piede : “pattumiera d’Italia”.

 

Amico fragile.

Cercheremo di rimanere il più possibile sul terreno socio economico in questo tentativo di analisi, ma va detto che milioni di concittadini, le persone e le genti di una intera metà del Paese sono stati visti, per pressappoco tutta l’intera storia repubblicana, come degli endemici malati, come, nella migliore delle ipotesi degli “amici fragili”, se non lombrosianamente come dei sub-normali destinati irrimediabilmente a nuoce a se stessi ed agli altri.

Eppure queste genti hanno fatto al Nord la fortuna di molti imprenditori e di molte imprese attraverso l’emigrazione ( che adesso in Padania abiurano) e molto e forse ancora di più nel Mezzogiorno consumando in massa i prodotti di quelle industrie: il made in italy nel mondo è una bella favoletta che sovente ci riempie d’orgoglio, ma senza i Terroni a consumare ed acquistare i prodotti fatti nel Nord del paese molte di quelle imprese, vanto dell’Italia, non sarebbero mai sopravissute, non sarebbero mai state create, non sarebbero esistite tout court.

Eppure le scelte di politica economica italiana sembrano sempre aver preso le mosse da considerazioni del tutto difformi alla realtà di fatto del tempo e del territorio di riferimento. Oggi dopo gli scandali senesi, si discute molto di fondazioni bancarie, e molto ancora di più si discute della fragilità del nostro sistema creditizio nel contesto europeo; eppure proprio nel 1990 prese il via la legge che trasformò le banche italiane dividendole in fondazioni (come sempre poi fonte di malaffare ed interessi particolareggiati, e particolareggiati in primis da politica e politici) ed Spa che di fatto, innegabilmente, hanno portato ad un sicuro risultato nefasto, assieme a dir il vero a tanti altri, quello di aver fatto scomparire qualsiasi istituto bancario meridionale ( e come detto il Mezzogiorno in passato aveva da essere invidiato in materia) ed aver trasferito anche fisicamente oltre che giuridicamente le fondazioni dal territorio meridionale, nei fatti dando la possibilità alle fondazioni stesse di sperperare i soldi dei correntisti meridionali nelle attività delle stesse nel Settentrione.

Detto questo, nessuno vuole negare le nefandezze accadute al Sud, la follia demagogico assistenzialista di iniziative come la Cassa del Mezzogiorno, il pacchetto Colombo o la Società Ponte di Messina per restare ad esempi più attuali.

Fabbriche e porti inutili, università inutili, aziende inutili e non per ultimi parlamentari e consiglieri inutili, ed autoreferenziali se non referenziati a cosche mafiose o logge massoniche delle più varie.

E’ chiaro che fra molti poveri ed abbandonati al loro destino, c’è stato chi si è arricchito fortemente, ha perorato le cause più indegne e lavorato per mantenere lo status quo di comodo.

In questo contesto da un lato non c’è mai stato un principio di reale responsabilità nella assegnazione di risorse e strumenti ai territori meridionali e dall’altro, in vero, le politiche centrali, nei fatti dimostrato, hanno sempre privilegiato il nord d’Italia a discapito dei propri concittadini dell’altra metà del Paese.

Chi ha letto i miei scarabocchi passati sa bene che non sono mai stato per i piagnistei, conosce il mio cimento nel chiedere maggiore responsabilità ed intransigenza alla classe politica e dirigente meridionale (anche soprattutto quando opera a Roma), sa che aborro la frase “fratelli sfortunati” (semmai la sfortuna ce la siamo procurati da soli) e conosce benissimo il fatto che ho sempre sostenuto che quella della Mafia è una scusa; che la mafia esista e sia deleteria è vero ed innegabile, che non si possa fare, per via delle criminalità organizzate, impresa, buona amministrazione, sviluppo e progresso è semplicemente una banale giustificazione.

Il Sud è stato troppo tempo deresponsabilizzato da un lato ed in balia delle politiche nazionali miopi o addirittura conniventi dall’altro.

 

Lo standard dei costi, costi quel che costi.

Partiamo da una considerazione lapalissiana. Partiamo dalla lucida follia semantica dei tagli alla spesa pubblica ed alla (presunta) lolla agli sprechi. In molti  sono giustamente convinti che in Italia abbondino gli sprechi e le inefficienze. In molti, se non quasi tutti, meridionali compresi, sono persuasi dal fatto che sprechi ed inefficienze siano per la stragrande maggioranza al Sud, è probabilmente è così; anche se, e lo si è visto con i recenti scandali, ruberie e consorterie abbondano anche al Nord come del resto sanno ‘ndranghetisti e mafiosi che hanno spostato lì ormai i loro quartier generali ( in questi termini hanno de localizzato almeno una cosa dal Sud al Nord).

Lucida perché la guerra agli sprechi e la strategia dei tagli si è abbattuta come una mannaia nel Mezzogiorno,  Follia perché l’attuazione è stata innanzitutto non selettiva ma lineare, ma soprattutto perché se ci sono sprechi negli asili nido, nelle case popolari, negli ospedali la logica vorrebbe che si perseguissero politiche finalizzate ad annullare gli sprechi e non ad annullare gli asili nido e le case popolari, si dovrebbe pensare ad un Sud senza sprechi negli ospedali e non ad un Sud senza ospedali. Invece è esattamente quello che è accaduto: si sono tagliati ospedali e posti letto, e di converso la spesa pubblica addirittura si ancora allargata invece che arretrare, probabilmente perché non è semplicemente il numero degli ospedali che andrebbe razionalizzato ma anche e soprattutto la loro efficienza ed efficacia. Certo ospedali efficienti ed efficaci, soprattutto sul versante della prevenzione, probabilmente significa anche meno clienti e guadagli per le cliniche private del Mezzogiorno e per gli ospedali privati e pubblici del Settentrione; e forse tutto questo a qualcuno non starebbe bene.

In questo senso la cosa che mi ha sempre dato più fastidio in assoluto è quella che io chiamo il paradosso della siringa.

Prima di addentrami nel merito, propongo all’eventuale lettore, di adottare lo stesso metodo che ormai il sottoscritto adotta da un paio d’anni; ho deciso infatti di non votare mai ed a nessun tipo di elezione qualsiasi politico che faccia o abbia fatto, per televisione, radio, stampa, internet e compagnia cantando il famigerato esempio della siringa per cercare di spiegare i costi standard. Invito, al di là del partito e/o dello schieramento politico da cui provenga, a diffidare e contrastare chiunque faccia la seguente affermazione: “ Una siringa deve costare in Calabria, quanto costa a Milano”. Vi invito a diffidare di tutte le varianti a questa affermazione, ma nello specifico soprattutto di questa, dopo mesi di attenta documentazione infatti ho avuto modo di riportare questa frase nella mia agenda almeno un centinaio di volte. Proprio “questa” cioè dove si fa il parallelo fra la regione più sfigata d’Italia e la capitale economica del paese.

Tralasciando il fatto di pesare allo stesso modo fragole e patate, cerchiamo di andare, per restare nelle metafore ortofrutticole, al nocciolo del problema.

Innanzitutto, vi assicuro, nessuno ha mai fatto un calcolo ovvero è possibile fare un calcolo sul costo di una singola siringa. Ovviamente direte voi è una metafora, la siringa non in quanto tale ma come esempio della spesa per approvvigionamenti in capitoli di spesa sugli acquisti in sanità (questi si calcolabili); eppure io sono convinto che c’è chi pensa davvero ( riproponendolo poi nel talk show di turno) che esista davvero qualcuno che sappia quanto costa una siringa all’ospedale di Castrovillari (se non o hanno chiuso mentre scriviamo) e quanto sia costata al San Raffaele piuttosto che al Policlinico Umberto I di Roma. (Se esiste e siete convinti che esista questa statistica dite per favore una volta per tutte di mostrarvi i dati e di dirvi quanto costa una singola siringa in un determinato territorio).

Detto questo che sta quasi nell’alveo del principio di indeterminazione di Heisengerg , mi chiedo perché nessuno si alzi dalle poltrone televisive e si ponga nella giusta prospettiva nell’analizzare il fenomeno: quella del culo. Il punto semmai non è quanto costa mediamente una siringa, ma semmai quanti culi in uno ospedale si riesce a bucare. L’approvvigionamento di siringe in un ospedale dato, messo ad esempio che venga fatto a gennaio, a quale mese arriva? Ecco un dato di fatto sicuro ed incontestabile è che le siringhe acquistate in un ospedale non bastano mai per arrivare alla fine dell’anno. Allora dovremmo chiederci innanzitutto se una siringa acquistata ha sempre trovato il suo deretano di riferimento, altrimenti questo rappresenta uno spreco. Dovremmo chiederci se fatta cento la spesa standard per acquisto delle siringhe quello stesso acquisto fa arrivare ad avere la possibilità di continuare a fare iniezioni a maggio all’ospedale di Parma e ad aprile settembre a quello di Cosenza o viceversa. Il lettore ignaro potrebbe pensare che ovviamente il calcolo viene fatto così, ripeto se viene fatto,  costo per unità di prodotto in percentuale a iniezioni fatte: ebbene assolutamente NO. Inoltre, sempre l’ottimistico lettore, potrebbe ritenere che la media venga fatta tenendo conto dell’economia di scala applicabile; mi spiego meglio o provo, se il nosocomio settentrionale ha la possibilità economica, perché più “ricco”, di comprare a gennaio 10.000 siringhe (posto cosa che non accade che bastino fino a dicembre) è chiaro che otterrà sul mercato un costo per unità di prodotto inferiore all’ospedale meridionale che ne acquista 5.000, ecco anche questa ponderazione non viene fatta. Inoltre quando acquisterò una fornitura straordinaria di siringhe ad Agosto a novembre che sia ovviamente la pagherò di più sempre in funzione della quantità che acquisterò. Come non vengono calcolate le economie di scala non vengono calcolati i costi accessori che rimangono nei macro capitoli dei bilanci delle aziende sanitarie, perché ovviamente far arrivare una siringa da Brescia a Milano è un conto farla arrivare a Pellaro ne ha un altro.

Detto questo qui nessuno vuole negare che gli sprechi e le inefficienze non ci siano e che siano in particolar modo relegate al Sud; ma si contestano esattamente gli strumenti e le modalità per potervi mettere riparo. E poi le siringhe sono tutte uguali ?, in un paese civile e dotato di servizio pubblico sanitario obbligatorio e nazionale si presume che una protesi o una banale siringa abbia la stessa qualità dove il nosocomio l’ha pagata ottanta e dove l’ha pagata cento. Ecco anche qui così non è; e non è detto nemmeno che le migliori siano quelle sono costate di più. Dipende sempre dai punti di vista come detto, quello del costo e quello del culo. Quindi il punto semmai è capire come vengono usate le risorse e non definirne semplicemente i costi. Ovvero la garanzia di ridurre lo spreco non sarebbe messa in essere da uno Stato o una amministrazione che sappia implementare reali politiche di mercato e di concorrenza fra i venditori di siringhe (che sono sovente organizzati invece in oligopoli) ? Oppure che sappia dare un tetto non tanto al costo ma al prezzo della siringa, che sappia dire ed imporre alle multinazionali il gusto prezzo morale di un prodotto ed un etico profitto sui beni sanitari? Che sappia perseguire medici o infermieri che abusano dell’uso delle siringhe o che peggio ancora se le portino a casa o nel proprio ambulatorio privato? Dipende sempre dal punto di vista, quello del mano che tiene la siringa e quello di chi la prende nel culo … la siringa.

 

Sconclusioni.

Tutto questo parlare di siringhe ci serve soprattutto per ribaltare un concetto e una visione quella che relega solo al costo e non al prezzo il contenimento della spesa. Sia in termini materiali prezzo e costo per unità di prodotto che in termini sostanziali. Qual è il prezzo o il costo di non poter effettuare ad esempio una vaccinazione o una prevenzione checché sia per mancanza di disponibilità di siringhe.

Che costo ha non permettere alle donne meridionali di poter almeno cercare, anelare u posto di lavoro perché comunque non ci sono asili nido? Che prezzo ha non dare alloggi alle fasce povere della popolazione costringendole all’indigenza e di conseguenza avocandogli anche lo status di consumatori?

Il consumismo, le società capitalistiche funzionano se ci sono i consumatori. La crescita economica è possibile se c’è non semplicemente la possibilità economica di acquistare un prodotto, ma anche e soprattutto se sussiste la propensione sociale all’acquisto. Un territorio povero ed abbandonato, un contesto disagiato non predispone al consumo nemmeno quando vi sia la disponibilità economica per farlo. Su questo punto credo che industriali, politici e secessionisti padani dovrebbero riflettere in misura maggiore.

Detto tutto questo, non si può che non rilevare come sia stata effettuata la classica misura del buttare il bambino con l’acqua sporca. Si è deciso di ripudiare le istanze federali al declino elettorale della Lega da un lato e al desiderio di controllo politico centrale da parte delle nuove classi dirigenti politiche in auge.

Lo stesso Renzi che pur  sembra voler dare maggiore centralità ai Sindaci ed alle amministrazioni locali, è questo è un bene, lo fa a discapito del federalismo regionale tentando di saltare i livelli costituzionali impostando uno stato centrale che devoluziona direttamente alle città. Questo non è federalismo, o per lo meno non è un sistema federale europeo e moderno; sembra di più uno “scheriffato” all’americana.

Chi vi scrive come detto è un convito federalista e sostenitore del “principio di responsabilità” ed è un calabrese che ritiene che se la Calabria non è in grado di tirarsi fuori da sola (fatti salvi i principi di solidarietà nazionale) allora è meglio che affondi. Chi scrive non è un buonista e non cerca soluzioni facili e scuse, ma ritiene che però vada data la possibilità ai territori di dimostrare di potercela fare e di potercela fare giocando una partita con regole chiare che non penalizzino alcun giocatore solo perché ritenuto inaffidabile, per responsabilità del resto che ha anche e soprattutto di chi ha scritto, sta scrivendo ed ha dettato da sempre le regole del gioco.

Chi scrive crede in un progetto con quattro o massimo cinque macroregioni, che ritiene che vadano date quasi tutte le funzioni legislative ed amministrative a Regioni e Comuni, che viga sempre il principio di sussidiarietà a tutti i livelli, che reputa fondamentale che rimangano allo Stato nazionale pochissime materie e competenze, che però fra queste la prima da riassegnare allo stato centrale e proprio la sanità … ma questa come la trasformazione del sistema bancario, purtroppo, è un’latra storia e non sembra haimè all’ordine del giorno chi chicchessia abbia una agenda politica in mano.

Peppino Peppino figlo dell'ammore….

C’era un giovane polico rampante, arrogante e si definiva il nuovo che avanza. La politica del buon governo e del saper fare era il suo motto. Faceva rinascere città e regioni a suo dire. Aveva un metodo vincente che prendeva il suo nome. Era spocchioso e borioso. Dava speranza e creava opportunità per tutti. Era un modello Lui e la sua città. Rottamava gli avversari di partito (del suo partito) ed anche degli altri. Accusa tutti di malaffare e si ergeva a paladino della legalità. Chiamava amici, artisti e circensi al suo cospetto. Elargiva consigli e moniti. Era amico di tutti ed osannato dalle piazze. Prendeva messe di voti e preferenze.

 

Social Fab Lab : dal capitalismo molecolare alle molecole di comunità. Non solo tecnologia e stampa 3D.

Premessa.
In questi ultimi anni, in piena crisi economica, si fa un gran parlare dei Fab Lab (fabrication laboratory), che in poche parole sono “semplicemente” una piccola officina (o meglio lab-oratorio)  che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale.
I Fab Lab, come sovente accade, hanno preso spunto oltre oceano e sono rimbalzati prepotentemente in Europa, però, a mio avviso, senza tener conto delle specificità economiche, culturali ed antropologiche del vecchio continente.
Nelle righe qui proposte, si prova a tracciare una dimensione nazionale e sociale del fenomeno, cercando di delineare una sorta di frame partecipativo sul quale innescare azioni locali in particolar modo a Roma e Nel Lazio.

Arduino

 

Fablab social: dal capitalismo molecolare al capitalismo di comunità.

Un  FabLab (Fabrication Laboratories) è un luogo dove è possibile costruire qualsiasi cosa.

Sono laboratori di scala ridotta che offrono tutti gli strumenti necessari per realizzare progetti di digital fabrication: cioè, tutte quelle attività che coinvolgono la trasformazione di dati in oggetti reali e viceversa.

Fosse tutto qui sarebbe già molto e  dovrebbe rappresentare una priorità di azione per qualsiasi: governo, sindaco, assessore, presidente ovvero istituzione.

Dietro l’ascesa, ai tempi della crisi, delle iniziative di fablab probabilmente c’è molto altro e molto altro diverrà modificando paradigmi e schemi del sistema di produzione manifatturiero tradizionale ma. Anche e soprattutto, gli item, per come li conosciamo ora, legati alla fruizione della creatività ed alla industria della conoscenza, che è cosa ben più ampia e complessa dell’industria digilale per come siamo abituati a descriverla.

I germogli del” fablabing “ , come sovente accade, non sono in Italia e nemmeno troppo in Europa eppure probabilmente paesi come in nostro ed il territorio comunitario più in generale possono essere terreno fertile per quello che per certi versi può rappresentare nuove forme di capitalismo diffuso.

L’Italia dal boom industriale alla crisi del nord-est, cioè in più di un trentennio di cicli economici, e nonostante le politiche industriali centraliste che nel bene e nel male si sono succedute nel nostro Paese, è stata terra ed  idealtipo di quelle forme di capitalismo che sono state etichettate come capitalismo diffuso o molecolare [1].

Fatta la dovuto premessa, in questo breve documento si tenterà di focalizzare dal punto di vista sociologico e socio-economico, la rilevanza culturale, economica e di innovazione sociale nell’intraprendere iniziative in questo solco e nello specifico nelle realtà di Roma e del Lazio.

 

I lavori ed i saperi al tempo del caos.

L’ossessione del ventunesimo secolo, il “fil rouge”,  la nuova episteme sembra essere quella di voler capire, inquadrare, dare margini e confini alla globalizzazione, ed alla sua naturale, ma apparente, dicotomia tra il locale e il globale.

Il “gioco” sta nel declinare i termini del fenomeno come limes, cioè come limete, ovvero come limen cioè soglia[2]. Il percorso per districarsi nella contingenza della tensione fra globale e locale è quello di sostenere la “tensione” navigando nella “rete” assecondando le onde ed i nuovi percorsi cognitivi attraverso i cui sentieri si diramano nuove forme di lavoro, di creatività, eccetera di nuda vita insomma; dove la globalizzazione tende a ridurre la dimensione dell’uomo come semplice vivente e l’uomo come soggetto politico[3].

Il secolo dell’homo faber[4]  è morto, viviamo un tempo di transizione che è tempo tragico: “del nuovo si intravedono i contorni, del vecchio si subiscono i limiti. Tra i due tempi si avanza errando […] privi di categorie e strumenti analitici per capire dove veramente si sta andando, riemergono visi, immagini e affetti ad animare la propria ricerca[5]”, viviamo il mutamento ma il mutamento stesso ci impedisce di vederlo, di conoscerlo.

In questo senso attraversare, navigare la contingenza significa “significare” quel “tra” che sta fra locale e globale: definendone una terza dimensione, che sarebbe vedremo dopo proprio quella tipica di luoghi come i FabLab, che chiameremo transluoghi[6]  (termine che preferiamo decisamente al tanto abusato e semanticamente confuso Glocale).

In questi termini cercheremo di argomentare l’ “emergenza” dei FabLab come transluoghi, ovvero come  uno spazio eteropico, non stabile, in continua ri-formulazione, coevolutivo ed autorganizzato. Un luogo incerto, nel senso più alto del termine.  Uno spazio tra il  locale e globale,  una terra di mezzo fra i lavori ed i saperi, fra la formazione e lo studio.

Intendere i FabLab come meta-motori dell’innovazione, simulacro dove nasce il nuovo, nel continuo contendersi fra forme e sostanze, nell’incontro- scontro di soggetti e oggetti che (ri-)vivono questo spazio.

I FabLab non come luoghi astratti  ma entità  “fatte di cose”, in cui l’esserci è percepito proprio nell’ “emergenza” del nuovo.

In questo senso luogo antropologico ipermoderno, dove  accettare l’emergere dello immaginato, ri-conoscerlo, ri-produrlo, in poche parole fare il nuovo.

 

Versus FabLab Social Roma.

Tornando allo specifico di Roma e del Lazio tutto questo significa rappresentare, intercettare le forme che assume la creatività messa al lavoro in quella che ormai è divenuta anch’essa una “città infinita”[7].

L’idea di u FabLab social a Roma e nel Lazio deve necessariamente  partire quindi  dalla nuova composizione sociale e dalle  nuove forme dei lavori, dalle funzioni metropolitane al servizio dell’economia dei prodotti e dei servizi ad alto tasso di creatività, dal rapporto tra questi fenomeni nel più ampio quadro delle politiche culturali che possono essere promosse dalle istituzioni locali,con particolare riferimento alla Regione Lazio, Roma Capitale e l’area metropolitana con i che ne fanno parte.

Si tratta di mettere al lavoro la creatività ed i saperi: saper fare, saper trama-andare. Insiste qui un principio duale e virtuoso, una dualità economico – culturale della creatività messa al lavoro.  Ri-definendo il concetto fra produttività e cultura, fra sapere e cultura del saper fare.

Un percorso siffatto apre almeno quattro scenari di approfondimento, con relative azioni da mettere in campo ed analizzare:

  • Impatto economico: la creatività messa al lavoro e la ricostruzione del tracciato delle filiere creative sul territorio .
  • Impatto della creatività sugli eventi culturali: l’economia dell’esperienza e del loisir e il ruolo degli eventologi nella città infinita ( un agorà tra tutti i soggetti facenti parte della scena creativa del territorio).
  • Impatto giuslavorista: le nuove forme contrattuali, le Partite Iva, la precarietà e tutte le forme in cui si sostanzia la partecipazione dei creativi (in particolare dei più giovani) nel mercato del lavoro . Le nuove forme e frontiere di welfare come le dicotomie fra precariato ed eccellenza. Fra manifatturiero ed artigianato. L’identificazione di nuove categorie con il “softart” gli artigiani del software, della creatività, del virtuale.
  • Impatto sociale/istituzionale: rivisitazione delle politiche culturali degli enti locali, con particolare attenzione a ciò che accade, o dovrebbe accadere, nei piccoli comuni della provincia. Una possibile suggestione, in tal senso, potrebbe essere una futura alleanza di tali comuni in funzione di politiche culturali pensate in un ottica di sistema e nella creazione di aggregatori/incubatori FabLab.

 

Così inteso un FabLab è social in quanto contribuisce a ridefinire i confini della “produttività” intesa non nella semplice declinazione economica. Come detto, dal punto di vista sociale, i FabLab possono essere meta-motori dell’innovazione; un esempio per tutti, come risposta “emergenziale[8]” alla obsolescenza del nostro sistema educativo . Senza trascurare la dimensione di recupero e decoro delle aree urbane dismesse o di una nuova visione poli-centrica dell’abitare e del produrre.

Recuperare dando nuova vocazione a stabili a-vocati. Questo cimento significa creare condizioni, possibilità ed identità.

Tutto ciò potrebbe rappresentare la base inizio della transizione di Roma da città della burocrazia a “città aperta”, internazionalizzata, che ha assuma una identità e, in parte, un richiamo da città-mondo, in un modello che vede attori anche le diverse  capacità delle istituzioni locali di fare coalizione e di coinvolgere all’interno del processo anche i player protagonisti, nel bene e nel male) del potere economico della città. In questo senso il ruolo delle istituzione e della “buona politica” può essere quello di facilitare ed accompagnare un percorso di rottura della polarizzazione tra centro e periferia . In questo senso, diventa centrale interrogarsi sul rapporto tra la città e la sua area metropolitana, che diviene fondamentale bacino di “racconto” ed analisi della transizione in atto.

A livello economico, ad esempio, è sul territorio metropolitano (nei meandri della città infinita) che meglio si interpreta  l’impatto della destrutturazione della globalizzazione, così come, allo stesso modo, i percorsi più virtuosi, ad esempio quelli di rapida transizione verso il terziario dei saperi e della ricerca. Allo stesso modo, è in “periferia”  che acquista spessore il rapporto delle nuove comunità locali, della società dell’immigrazione in formazione e degli “svantaggiati”. In queste frange di nuova popolazione che si riscontra una propensione all’imprenditoria, in particolare nell’artigianato e nel commercio, ma anche situazioni complesse in cui si registrano situazioni di grave disagio in relazione ad una composizione sociale, in veloce e profondo mutamento, laddove, più che altrove, si registra infatti quella condizione di espansione metropolitana incontrollata e disordinata, potenzialmente generatrice di gravi situazioni di anomia urbana. In tutto questo, il ruolo della provincia sta nel concorrere a minimizzare l’impatto destrutturante dei flussi dello spazio competitivo globale sull’identità territoriale.

In questo contesto fare FabLabing significa provare a fare nel territorio che si amministra o che si abita una  “metropoli dolce” che si caratterizza per il suo continuo stratificarsi sui modelli ed esperienze precedenti, in un percorso che crea senza distruggere, che cambia senza rivoluzionare, che tramanda senza tradire (semmai traduce ducere trans), che innova senza cancellare.

E’ del tutto evidente che il contesto difforme nel quale si andrebbe ad operare rappresenta uno svantaggio da trasformare in opportunità. In particolare, l’immagine di Roma Capitale  è stata solo di rado forma di conoscenza e, molto più frequentemente strumento per “imbrigliare” la realtà o incanalarla in precise direzioni, legittimando ruoli e modelli di intervento, anche i più disparati.
Questa  mancanza di uniformità, del resto, risulta perfettamente coerente con la realtà territoriale romana che alterna, tratti di incompiutezza – di un’indeterminatezza che può arrivare fino all’indistinzione – ad elementi di definitezza, in una spirale di ambiguità e dis-velamento di sé, costantemente ri-vitalizzata dall’interno perché considerata “fisiologica” ed orgogliosamente esibita  quale tratto distintivo, riconfermandosi in modo speculare dall’esterno.  Di più, si crea un meccanismo perverso: il senso di radicamento (la città eterna, la “romanità”, il caput mundi ) gioca un ruolo fondamentale nell’innescare il processo di indifferenziazione così come accade nell’immagine che ci arriva dall’esterno e ne è insieme causa ed effetto. L’immagine di rimando è quella di un territorio che desta di frequente sospetto, inquietudine, angoscia, quasi un senso di soffocamento. Quella romana è una realtà vischiosa, che trascina ma avviluppa anche chi la vive, la osserva, la pensa e dentro la quale può affondare. È un luogo che suscita impressioni estreme: si può rimanerne ammaliati, essere conquistati dai suoi contrasti, affascinati da quel senso di vago e di incompiuto che il territorio presenta quasi ovunque e di converso  essere storditi dalle mancanze, dalle incongruenze, dalle sue  sporgenze  che si sottraggono ad ogni tentativo di “incasellamento”.

In questo contesto dato, come detto, intraprendere FabLab significa intraprendere un’azione di sistema che non solo risponda a precise esigenze economiche e di innovazione in termini di prodotto, di processo, di saperi e come ribadito culturale;  ma crei il sub-strato per una nuova forma di capitalismo molecolare, re-inventato e re-distribuito. Un capitalismo  anche “polverizzato” ma di molecole nuove e creative, capaci di innescare processi ri-corsivi (“autopoietici”?) che contribuiscano a delineare nuove identità comunitarie. Una nuova forma di  capitalismo diffuso ed allo stesso comunitario; che è poi è semplicemente quello che stanno  innescano la diffusione delle nuove tecnologie intelligenti (smart) nei processi di produttività e nella produzione stessa.

In questi termini parlare di comunità e di fare comunità, vuol dire discutere di luoghi, tempi e spazi di rappresentazione di un’identità condivisa, di strumenti di espressione e di produzione, significa parlare di bisogni, affinità, interessi, costruiti nel presente con una proiezione nel futuro, con l’audacia e la risolutezza che la progettualità può dare, una progettualità che è un gettarsi verso l’ignoto (dal lat. projàcere, gettare avanti), affrontando le incognite e le insidie che ogni nuova sfida prevede.

Questo deve essere il capitale di dotazione di un social FabLab: interpretare la produttività e le nuove forme di lavoro attraverso il saper fare comunità.

Gli interessi condivisi e la progettualità partecipata “emergono” all’interno di un sistema relazionale codificato e complessificato, ma non necessariamente strutturato, che affida lo spirito ed il senso dell’identità comunitaria ad una rete di reciprocità e di scambi che generano, disfano e ri-generano le forme di condivisione senza, tuttavia, costruire apparati definitivi e senza tracciare confini netti con gli spazi della non-comunità o delle comunità altre. Un FabLab è un luogo antropologico produce e che connette allo stesso tempo.

In buona sostanza, così inteso, il social FabLab è un sistema relazionali, prima ancora che un luogo fisico, fatto di rapporti di cooperazione e competizione, dove si creano all’interno ambiti di specializzazione con l’obiettivo di costituire unità funzionali – di natura transitoria o permanente – all’interno delle quali i singoli si modificano insieme, secondo una logica co-evolutiva.

Il faBLab social si deve proporre come integratore delle 3 T della new economy (Tecnologia-Talento-Tolleranza), del territorio da ripensare e della tenuta dell’ecosistema. Tutto questo nel contesto non agevole di un declino dei ceti medi e di mercato (professionisti, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori) e con la perdita di identità della middle class  deflagrata fra vecchi sistemi di welfare e depauperamento della classe borghese dicotomizzata nei pochi passati in upper class e nei tantissimo che non sono riusciti a reinventarsi come neo-borghesia[9].

In questo contesto le 3 T quindi devo necessariamente soppiantare il vecchio schema economico delle 3C: campanile-comunità-capannone , ed in questi termini i fablab nella loro coniugazione “social” possono re-inventare attori e processi di questo percorso, di questa comunità costituenda.

Percorsi e buone pratiche iniziano a germogliare in Italia, accanto ai FabLab Italia  alle Officine Arduino, ovvero il Frankestain Garage a Milano, si intraprendo percorsi similari come non ultimo il festival “Comodamente” a Vittorio Veneto, dove già i anni fa si pose  il tema, anticipando la crisi, del riuso e della riprogettazione dei capannoni abbandonati, per poi passare al riprogettare l’abitare e il vivere la pedemontana veneta come asse di un’area in divenire, nel suo configurarsi in “geocomunità” (trans luogo) con meno capannoni, centri commerciali, villette a schiera e più manutenzione dei centri storici e della qualità della vita generale; dove nell’ultima edizione, ad esempio, si sono creati una miriade di micro eventi, chiamando a partecipare tutta la città, giornate di saperi interroganti sul come portare i fondamentali, la terra e il territorio. Ed in questo contesto artigianale e di saperi un ruolo determinante non può non averlo anche l’artigianato alimentare e le filiere del gusto: per rimanere a Roma basti pensare al Trapizzino : un prodotto di street food nato nella capitale, che riunisce tradizione ed innovazione culinaria in un mercato metropolitano come quello dei prodotti alimentari da passeggio; unendo quindi tradizione, innovazione e diffusione mantenendo le prerogative di arte-fatto  di prodotto artigianale, dove la conoscenza (in senso generale) rappresenta il valore olistico del prodotto. Ancora sul tema andrebbero citate ovviamente tutte le iniziative del Salone del Gusto (fra l’altro simbolicamente, e probabilmente inconsapevolmente,  collocato a ridosso del grande mercato di Portaportese) ovvero il grande successo, anche commerciale e non solo, di Eataly Roma che rappresenta ormai un luogo ri-conoscibile al di là di tutti i non-luoghi che ingloba e trasporta ridefinendoli in termini di qualità (alti cibi è addirittura lo slogan), prossimità e fruibilità.

Ed allora un social FabLab a Roma significa I saperi, la conoscenza e la cultura sono nodi di reti che alimentano una nuova composizione sociale sui territori diffusa nelle attività produttive in generale, nell’artigianato ipermoderno in particolare (soft-art). Laboratori che possano coinvolgere l’alta formazione con l’alta sapienza (la tradizione artigianale) e le nuove forme di produzione e processo. Si tratteggia così un scenario sociale in grado  di ri-qualificare anche il paesaggio e la bellezza del territorio, non solo come conservazione e riuso ma puntando al risparmio di suolo, sin troppo mangiato dai costruttori, la bonifica delle aree dismesse e la loro riprogettazione, le vecchie stazioni abbandonate e gli spazi una volta deputati al dopolavoro.

Ci sono posti, transluoghi, che possono divenire microcosmi. Ci sono microcosmi più microcosmi di altri, che assumono senso e significato per i territori che animano. Cosa sono le “smart cities” se non questo: turismo di qualità, agricoltura di eccellenza, reti lunghe di logistica e di saperi e impianti industriali compatibili con il territorio, green economy.  Il FabLab può essere un nodo d’eccellenza di una “smart area” creando comunità ed innovando processi, prodotti e relazioni.

 

 



[1] Capitalismo molecolare vuoI dire Nord Italia: 67,9 imprese per ogni 1000 abitanti, con una media di 4,9 addetti per impresa. Solo il 18,5% è costituito da aziende manifatturiere e, sul totale di queste, il 13,7% sono imprese di servizi alle imprese. Sfatando molti luoghi comuni l’indagine di Aldo Bonomi illustra, attraverso una documentazione statistica in gran parte inedita, come grande fabbrica e pubblica amministrazione occupino una parte ormai ridotta del “popolo dei produttori” del Nord. E quanto questo nuovo capitalismo abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnarne la fisionomia e le forme stesse del lavoro. Composto da situazioni difformi (Bonomi ne individua sette), il Nord è un arcipelago di contraddizioni e conflitti fra territori e sistemi produttivi. Ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla globalizzazione mentre altre si caratterizzano come “zone tristì”, escluse dalla modernizzazione. C’è il Nord padano, forte di risorse industriali e ambientali, e naturalmente l’ area del sistema urbano -industriale (Milano, Torino, Genova), accomunata dal tentativo di ridefinirsi come company town o metropoli del terziario. Un sistema, quello urbano -industriale, che si avvia a essere rappresentato, più che dai suoi occupati, dai suoi pensionati, prepensionati e cassintegrati. [cfr. Albo Bonomi, Il Capitalismo Molecolare, Milano 1997 Enaudi]
[2] “Confine” è parola che deriva dall’aggettivo latino confīnis che significa “confinante, vicino, limitrofo”, parola a sua volta composta da cum + fīnis: quest’ultima parola indica propriamente “limite, contorno”, letteralmente “frontiera”, ma anche “scopo, intendimento”. Il termine finis al plurale acquista una sfumatura semantica che conferma questa tesi perché fines, ium significa “confini”, quindi “territorio, paese, terra”.
Il termine “limite” è altrettanto rivelatore dell’idea di luogo, spazio: è parola che deriva dal latino līmes, itis che significa “limite, confine”. L’origine è osca (liímítú) e semanticamente corrisponde all’accadico limītu (limite, perimetro): la voce latina, in realtà, è stata risentita come composta dalla stessa base di limītu ma sempre nel significato di “spazio di confine, dintorni, ciò che cinge, circonda”.
Accanto a questa parola se ne può, forse arditamente, affiancare un’altra, che non ha una vera e propria parentela etimologica con quella ma un probabile legame semantico: è la parola latina līmen, inis che è la “soglia”.
Nel tentativo di sciogliere la dicotomia globale/locale è utile affiancare a questa preliminare analisi del concetto di locale, contrassegnato dall’idea di “luogo”, un’indagine sul concetto di globale, che, parallelamente, dovrebbe essere contrassegnato dall’idea di “non luogo”, in modo che si renda evidente che l’uno non è affatto l’opposto dell’altro, non è un rapporto dialettico; piuttosto la loro è una relazione di coevoluzione. [ cfr. Giuseppe Orefice, Rapporto scuola superiore Majise, Rende 2001]
[3] Cfr. Giorgio Agamben ; Walter Benjamin .
[4] Il secolo dell’homo faber è il Novecento secondo Revelli nel volume “Oltre il ‘900”.
[5] christian marazzi, Il posto dei calzini, Bollati Boringhieri 1999.
[6] In questa ottica individuiamo una dimensione terza: il transluogo.
Il transluogo è un luogo antropologico. Il tra è inteso qui a definire il limen, la soglia che delimita globale e locale e che al tempo stesso li ingloba e li accorpa come dimensioni che si compenetrano. La soglia varca il limite, lo supera e lo rimodula continuamente. Tuttavia un termine più adatto a tradurre il passaggio dal limes al limen è il latino trans, che invece suggerisce proprio il superamento dei limiti, l’oltre, e la parola tradurre, nel suo significato di ducere trans, di condurre, di guidare attraverso, al di là, diventa la parola chiave della nostra indagine. Transluogo, allora, sostituisce altri termini, come glocale, che sembrano suggerire piuttosto una dimensione sintetica o, al più sincretica, mentre qui si vuole suggerire una visione sistemica dove per mezzo delle parti si ha “quel di più”, quel tutto che esiste proprio in funzione e “attraverso” le parti stesse.  [ cfr. Giuseppe Orefice, Rapporto scuola superiore Majise, Rende 2001]
[7] Termine col quale Alberto Abruzzese, Albo Bonomi ed altri definiscono la città di Milano e la sua area metropolitana, ove , fra laltro, non esiste soluzione di continuità (nemmeno geografica) nelle forme di organizzazione della vita sociale e produttiva. Per approfondimenti: A. Bonomi A. Abruzzese “ La città Infinita”  2004 B. Mondadori, Milano. A.Bonomi , La città che sente e che pensa. Creatività e piattaforme produttive nella città infinita, 2010 Mondadori Electa.
[8] L’emergentismo in questo senso è “quel qualcosa” (concetto, azione, oggetto se vogliamo) per cui si attesta l’emergenza, la necessaria utilità diremmo, ma è altresì ricorsivamente “emergente” nel senso che sgomita per essere soggetto, affiora, emerge, si impone.
[9] Bonomi, Cacciari, De Rita, Che fine ha fatto la borghesia? , Enaudi.

Lattera aperta Silvio B. ( vi giuro la mando sul serio!) .

Carissimo Presidente Cavalier Silvio Berlusconi,
come Ella sa io l’ho votata e la voterò sempre! Ho ricevuto con piacere la Sua lettera di rimborso sull’Imu; purtroppo ci deve essere stato un piccolo errore del Suo staff in quanto, purtroppo, non ho una casa di proprietà.
Colgo l’occasione per ravvisarla di un altro piccolo errore. Alle scorse elezioni, dove come sempre l’ho votata, mi aveva detto che avrebbe tolto il bollo auto e moto. Queste si ce le ho. Siccome so che Ella mantiene sempre le promesse e la Sua parola è sacra, qualcuno deve aver fatto il furbo, qualche bastardo comunista suppongo. Infatti io, appena insediato il Suo governo ho smesso di pagare i bolli, non sia mai poi non me li avrebbero rimborsati. Ad ogni buon conto, Carissimo Presidente, quei comunisti di Equitalia mi hanno mandato ingiustamente, fregandosene dello stato di diritto, una serie di cartelle esattoriali per dei bolli auto e moto non pagati. Sono sicuro che lo hanno fatto apposta questi comunisti parassiti. Ad ogni buon conto, le allego i bollettini di versamento, sicuro che vorrà provvedere Lei, stia tranquillo che appena mi arriva il rimborso Le restituirò quanto da Ella anticipato. Se vorrà invece lasciarmeli come cadeau lo accettero volentieri. Con stima immutata e fiducia nei secoli Suo grande elettore.

COME DISTRUGGERE UN'AZIENDA ( Di Lino Maduli)

Questo scritto del mio amico ( mi piacerebbe scrivere mentore, non è così haimè, ma sicuramente nel mio pantheon di sinistra ce lo metto volentieri …anche al posto del Papa)  lo pubblico senza alcun commento: chi fra i pochi lettori di questo blog è fra i pochissimi a leggerne anche gli articol più lunghi, capirà cheil pezzo di  Lino ci sta come il cacio sui maccheroni. (l’unica aggiunta mia è la foto…che modestia a parte …è da intenditori).

Franco fa l’imprenditore e vive a Gioia Tauro. Ogni anno, quando ritorno in Calabria, vado a trovarlo. Discutiamo, ci raccontiamo le cose che sono successe agli amici, ai nostri conoscenti, ricordiamo la militanza comune nel PCI, quando dirigevamo il Partito nella Piana.
Erano anni di grande tensione civile e sociale, quando bisognava fronteggiare problemi di

un qualche rilievo, come la difesa del territorio (centrale a carbone), dell’industrializzazione (Centro siderurgico, Porto ecc.); come la mafia che usciva dagli agrumeti e dagli uliveti ed entrava nei grandi affari (fondi europei, movimento terra, sequestri di persona), occupava progressivamente i consigli comunali, dava il via a una sanguinosa ristrutturazione degli apparati.
In quei momenti difficili (la mafia aveva ucciso il segretario della Sezione comunista di Rosarno, Peppe Valarioti), Franco, Nicola e tanti altri giovani dirigenti, mi aiutavano a tenere i contatti con le sezioni e i gruppi del territorio, a comprendere la natura dei nuovi processi.
Poi, dopo la morte del padre, Franco decideva di dedicarsi alla piccola azienda di famiglia e, nel giro di qualche decennio, la trasformava in una moderna impresa con qualche decina di dipendenti.
Qualche anno addietro, l’azienda di Franco, la “Elettroimpianti” viene coinvolta nella cosiddetta “operazione Arca” promossa dalla DDA di Reggio Calabria, ma tutte le accuse vengono, poi, totalmente archiviate, su richiesta degli stessi magistrati inquirenti.Intanto un altro calabrese, Giovanni Tizian, emigrato al Nord dopo l’omicidio del padre, avvenuto nel 1989 a Bovalino, ad opera della ‘ndrangheta, si appassiona al tema delle infiltrazioni mafiose nelle zone del Nord, scrive libri sull’argomento, viene anche messo sotto scorta perché, in base a informazioni investigative, il suo lavoro ha dato fastidio alle organizzazioni che operano in Emilia Romagna.
A questo punto il destino di Tizian si incrocia con quello di Franco Romeo perché il giovane giornalista che adesso scrive per L’Espresso, cita il ‘caso esemplare’ della Elettroimpianti: “L’azienda arriva dalla Piana di Gioia Tauro, feudo della famiglia Piromalli. Negli atti dell’operazione Arca sulla ’ndrangheta nei cantieri della Salerno- Reggio Calabria, si legge che due soci sarebbero vicini proprio alla cosca Piromalli. La donna del gruppo imprenditoriale è cugina di Tommaso Atterritano, «organico alla cosca Piromalli», inserito nel 1998 nell’elenco dei ricercati più pericolosi e a lungo residente a Bologna”
E qui Tizian si fa prendere la mano e si dimentica di compiere dei controlli sullo sviluppo delle indagini relative alla “Operazione Arca”. Così, prima ancora che le Prefetture e gli inquirenti si esprimano sulla integrità delle aziende (tra cui quella di Franco) iscritte nella white list, Tizian esprime seri sospetti sulla stessa azienda, etichettandola come contingua alla mafia perché già coinvolta nella cosiddetta “Operazione Arca” attuata nel 2007 dalla DDA di Reggio Calabria!, perché la moglie di Franco, “la donna” della società, è cugina di un tale che è stato annoverato fra i più pericolosi latitanti, per giunta già residente in passato a Bologna.
E’ un grave scivolone che rischia di ritorcersi su una persona per bene e su una azienda che potrebbe essere esclusa da qualsiasi chiamata di lavoro da parte della comunità emiliana.
E’ vero, Franco ha il torto di essere nato e di avere operato a Gioia Tauro e in Calabria. Ma questo è un “peccato” originale dal quale sono marchiati milioni di cittadini calabresi.
Il fatto nodale è costituito dalla “Operazione Arca” Lì furono formulate le accuse nei confronti della Elettroimpianti. Ma, sempre in quella inchiesta, Franco venne totalmente scagionato, proprio per decisione degli stessi magistrati inquirenti. Ricordo i mesi di tensione all’interno della famiglia e la legittima soddisfazione nel vedere riconosciuta la totale estraneità di Franco e della Elettroimpianti.
Un altro dei capisaldi dell’accusa è costituito dal fatto che Franco ha sposato una donna di Gioia Tauro che ha la sfortuna di avere un parente di sesto grado, accusato di essere collegato con una importante cosca della stessa città. Ma ci si dimentica di dire che lo stesso personaggio era solo un ragazzo all’epoca del matrimonio e che, comunque, non ha da anni alcun rapporto con la famiglia Romeo.
Ebbene, confesso anch’io le mie colpe: ho incontrato più volte uno studioso di letteratura italiana e calabrese che aveva lo stesso cognome della cosca suddetta. Inoltre, anni addietro sono stato inquilino di uno stabile di proprietà di un signore che aveva lo stesso cognome della cosca più importante del mio paese. Non parliamo dei tanti figli di mafiosi di cui sono stato docente nelle scuole pubbliche. In ultimo, confesso che la mia nonna materna, originaria di Cinquefrondi, morta circa 90 anni addietro, aveva lo stesso cognome di una nota famiglia di Rosarno recentemente colpita dalla mano della giustizia.
Dimenticavo, sono stato seduto per anni sui banchi del consiglio comunale di Taurianova, più volte sciolto per motivi di mafia.
Io ritengo che un giornalista serio, come Tizian, non possa non riconoscere lealmente l’errore commesso; anche perché ne va della serenità di una famiglia e del futuro di un’azienda.
E lo chiedo anche da ex giornalista che, di recente, si è espresso duramente contro gli estensori di una legge che mira a colpire la stampa e i giornalisti.

Non domandarci … ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Storie di una legge quasi utile.

Reggio Calabria primo capoluogo provinciale ad essere sciolto per mafia. Nel 1991 Taurianova, la mia città natale,  è stata il primo comune ad essere sciolto per decreto.

Nonostante il mio sostegno va con forza e convinzione ai magistrati e agli attori in campo, a mio  avviso in questo strumento qualcosa non và.

Tengo a precisare di provare quasi ribrezzo per quei miei concittadini allora e molti a Reggio oggi, che denunciano ed esibiscono cartelli con su scritto commissariamento uguale vergogna ovvero non si può colpevolizzare tutta una popolazione. Questi se non conniventi fanno parte della immensa “zona grigia” che corrisponde a gran parte della popolazione locale. Poi ci sono i conniventi e poi c’è la gente per bene (forse poca, troppo poca). Mi son sempre chiesto se a vergognarsi non dovrebbe essere proprio la gente onesta e per bene che permette di essere infangata da secoli da questo sistema di potere, di povertà e di fame. Certo non si devono vergognare i magistrati e le forze dell’ordine, sicuro non le ‘ndrine, infondo fanno ben altro che andrebbe evidenziato al pubblico ludibrio. Di converso questo è forse il ruolo migliore, o il meno virulento )anche se forse quello con più ricadute sullo sviluppo economico,  che la ‘ndrangheta attua. La mafia fa il suo lavoro, fa l’imprenditore e gestisce politici più che compiacenti proni a soddisfare le voglie sadiche di un’industria floridissima.

Ciò detto credo che, come ovvio, la legge da sola non basti e che oltre ad un riscatto della politica e della gente “per bene” della Calabria come del meridione, alcune cose vadano radicalmente cambiate e messe a punto su questo sistema legislativo. Questi provvedimenti, ahimè, se non a niente servono a ben poco.
E la cosa peggiore è che la legge non funziona proprio perché “politica”. Propongo una radicale spoliticizzazione dello strumento normativo in questione.

Ma andiamo con ordine, partiamo dalle origini.

La storia.

La legge che disciplina, commissaria e scioglie i consigli comunali infiltrati per mafia nasce nel 1991 con l’approvazione, per una volta davvero d’urgenza, del cosiddetto “decreto Taurianova”.

La legge è stata introdotta nell’ordinamento giuridico italiano appunto  con decreto legge n. 164, art. 1 del 31 maggio 1991, dopo il fatidico venerdì nero  quando in 24 ore sono state uccise cinque persone, Michele Maduli , l’allora segretario del partito comunista locale fece un rapido calcolo: “ rapportati alla popolazione ed in base ai dati statistici è come se a New York avvenissero in un sol giorno quattromila omicidi oppure  666 a Milano”.  Il richiamo statistico- diabolico è casuale anche se ogni volto che lo rammento un ghigno lo aggiungo.

Il primo a cadere il 2 maggio del 1991, nel salone da barbiere, sotto i colpi della lupara, è Rocco Zagari, consigliere comunale democristiano, maggioranza ssoluta nel civico (?) consesso,  ufficialmente infermiere presso la locale azienda sanitaria. Erede e successore di Domenico Giovinazzo, il boss di Jatrinoli ucciso, insieme con Vincenzo Rositano, il 22 maggio del 1990 a Polistena.

Il 3 maggio si compie la vendetta tocca a Pasquale Sorrento e poi, nel pomeriggio, i due fratelli Giovanni e Giuseppe Grimaldi, quest’ultimo padre di Giovanni, che è in carcere e per giunta mormori troppo. Durante l’omicidio avviene ( o si presume avvenga) la ormai famigerata leggenda della testa tagliata e lanciata in aria a mo’ di piattello. La sera viene ucciso Rocco Laficara, commesso di negozio, fratello di due pregiudicati.

Domenica 5 maggio alle 21,45, in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova. Sono stati uccisi a colpi di fucile e di pistola Emilio Ietto, di 32 anni, Leonardo Minzoturo, di 20 anni e Luigi Berlingeri di 25. I corpi di Minzoturo e Berlingeri due zingari sono stati trovati all’ esterno del locale; all’ interno il terzo.

La ‘Ndrangheta mostra il suo lato più virulento, agli occhi dell’opinione pubblica sembra il far west e l’inarrestabile ascesa dell’Anti-stato: in realtà fatti come questi accadono, se pur in maniera del tutto eccezionale, in momenti di estrama difficoltà delle ‘ndrine e dei loro loschi affari.

In quei giorni molti non ricordano, ma altrettanti si, l’altro grande episodio eclatante della cittadina nel cuore della Piana.

Nel 1977,in un casolare di campagna nei pressi di Taurianova, al termine di una riunione fra famiglie, in uno scontro a fuoco, muoiono due carabinieri e due mafiosi della famiglia Avignone, la stessa alla quale appartiene il boss Giovinazzo, ucciso poi nel 1990.

Tutto il mondo mediatico, testate inglesi, francesi, s’interessano al summit mafioso di Razzà.

Ad oggi, storici e cronisti a parte, resta il ricordo di una via intitolata ai “martiri della strage di Razzà” a Villa Paganini in Roma (dove per volere dell’allora sindaco Veltroni ogni viottolo del giardino è intitolato a vittime della recrudescenza mafiosa); a Taurianova, come per mille altri casi, sembra preferirsi l’oblio della memoria.

Un ricordo, se pur tenue, è presente nella caserma dei carabinieri di Taurianova dove successivamente altri nomi di servitori locali dello stato, come il povero carabiniere Antonino Fava, hanno intriso le pareti dell’antico edificio.

Per volere degli allora ministri Scotti e Martelli, con tanto di visita ed inaugurazione di una nuova questura in città, viene varato il decreto che scioglie le amministrazioni comunali in odor di collusione mafiosa.

La situazione ad oggi.

I comuni sciolti ad oggi,  ottobre 2012 sono 221.

 Taurianova è il 222°.

Taurianova è al suo 4 scioglimento, uno è stato determinato per via dell’ non candidabilità ed ineleggibilità  del’ex sindaco Roy Biasi fautore di una presunta battaglia per il terzo (legittimo) mandato consecutivo, gli altri sono tutti per inquinamento mafioso.

Nel 2009 a quasi vent’anni di distanza dal primo scioglimento Taurianova viene nuovamente commissariata. Lunga la relazione della commissione di accesso, trapelata “stranamente” su tutti i giornali locali, con fatti e circostanze ben dettagliati.

Ma di cose particolari il secondo commissariamento per mafia ne mette alla luce. Innanzitutto le dimissioni del sindaco Romeo che  prima dello scioglimento si dimise dopo aver subito diversi attentati, puntualmente denunciati.  Altro particolare pochi giorni prima dell’ingresso della commissione di accesso al municipio il sindaco viene sfiduciato in consiglio comunale (nei giorni di “riflessione” che la legge da’ a disposizione maturano le dimissioni ed il commissariamento).

Già da soli questi fatti appaiono quanto meno peculiari.

Negli stessi giorni si discute, sulle prime pagine dei giornali nazionali in questo caso, lo scioglimento del comune di Fondi nel Lazio infiltrato (come da processi e provvedimenti occorsi) dalle coste della camorra e della ‘ndrangheta calabrese.

La giunta del comune laziale si dimette, il comune va ad elezioni nell’election day successivo. Tutto questo appare molto peculiare, in quanto un comune come Taurianova dove si erano dimessi i consiglieri comunali viene commissariato ma la Commissione nazionale antimafia salva Fondi che va tranquillamente al voto. Oltre che, come si sa, un commissariamento straordinario dispone in realtà solo dell’ordinaria amministrazione e comunque sospende la normale vita (se esiste) democratica e politica di una cittadina che sia nel Lazio o in Calabria. Per di più c’è da aggiungere che la legge prevede lo scioglimento del consiglio comunale, a Taurianova già autoscioltosi, e quindi la conseguente nomina dei commissari prefettizi e non il contrario. Buon senso avrebbe detto che entrambi i comuni andavo sciolti ovvero al massimo se si doveva salvarne uno, era quello ormai disciolto di Taurianova.  La querelle non finisce qui. Bene si è fatto probabilmente a sciogliere Taurianova, male probabilmente nel caso di Fondi che almeno a quanto riportato dai giornali era in condizioni se non analoghe anche peggiori.

Come detto non finisce qui.

Durante il periodo commissariale a Taurianova sul muro vicino all’entrata, nei due plessi del municipio,  e davanti alla stanza del sindaco (occupata temporaneamente dai sodali prefettizi) vengono affisse delle targhe perentorie con su scritto : “ Qui la ‘ndrangeta non entra”.

Passano i mesi, si sgonfia il clamore mediatico. La legge, che era stata potenziata da poco con restrizioni e provvedimenti a carico dei dirigenti comunali e inaspriva pene e sanzioni, fa il suo corso cioè nulla. Tutto cambia per nulla cambiare nella migliore tradizione gattopardesca italiana. Tutti ai propri posti, sembra al massimo per qualcuno “stai fermo un turno” come nel gioco dell’Oca. Si convocano i comizi elettorali ed ognuno al suo posto, nonostante il Pd ed alcuni partiti non presentino le proprie liste per “impraticabilità democratica”, viene eletto “normalmente” il vecchio sindaco uscente sciolto per mafia. All’opposizione vanno alcuni consiglieri che prima stavano in maggioranza, altri cambiano casacca al contrario, assessori sono i vecchi esponenti dell’amministrazione sciolta nel 2009.

Pensando alla targhetta fuori il municipio e ai due anni di commissariamento, con tanto di proroga e spostamento del voto, io stesso ebbi a commentare che, come non è accaduto, il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio dei ministri sarebbero dovuti venire in città a chiedere scusa al sindaco accusato di cotanto malfatto ovvero bisognava prendere atto che la legge non aveva prodotto nulla o peggio aveva sospeso inutilmente la democrazia (mafiosa o non) a Taurianova.

Morale della favola fra poco a Taurianova si scioglierà nuovamente il comune. Mi chiedo se Reggio Calabria, a questo punto, senza il cambio fra Monti e Berlusconi a Palazzo Chigi sarebbe stata sciolta. Mi chiedo se il sindaco Arena  alla fine sarà candidato e sindaco come è accaduto a Taurianova; se tutti i funzionari verranno lasciati al  loro posto, se nessuna sanzione sarà spiccata e se nessuno pagherà alcunché. Chiedo se anche stavolta tutto cambierà per non cambiare? Mi chiedo se e quanti comuni la politica deciderà se sciogliere o meno.

Credo che nell’interesse generale del paese e dei cittadini italiani questa legge vada modificata e “spoliticizzata”, vada tolta dalle disponibilità  della commissione parlamentare antimafia che a di là della sua composizione ( e se ce ne sarebbe da dire in merito!) comunque è costituita su maggioranze e minoranze politico parlamentari.

Ritengo sia giunto ormai il tempo per cui le cose cambino per cambiare. Le mafie hanno in mano il paese e mezza Europa.

Mi piacerebbe si aprisse un dibattito in merito, con proposte che diano più potere decisionale alla magistratura indipendente ed alla Dia che al parlamento italiano.

Sono stato sempre della convinzione che la mafia si sconfigga con le pratiche della società civile e non solo con le leggi; credo però che questo strumento legislativo, molto importante, debba essere riformato e messo nelle condizioni produrre output concreti e contribuire al riscatto e rinnovamento delle classi dirigenti italiane.

P.s. Doveroso. Il prof. Michele Maduli, che ha scritto molto sul tema e cito ampiamente, commentando questo breve scritto mi ha giustamente fatto notare : Giuliano Zincone sul Corriere della sera  ai tempi dei fatti di Taurianova scriveva “Calabresi ribellatevi ai boss”. Il poveretto non sapeva che a distanza di 20 anni saremmo stati noi calabresi a dire a Milano e alle altre città: “ribellatevi ai boss!”.
Aggiungo, Eugenio Montale diceva:
“non domandarci … ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.